Cultura

Cent’anni di Mario Pomilio tra Vangelo e romanzo

Lo scrittore seppe testimoniare l’inquietudine della ricerca spirituale della nostra epoca. Torna in libreria «La compromissione», che metteva in discussione le fragili certezze degli anni '60

Con gli aggettivi bisogna andarci piano, specie in letteratura. Affermare che uno scrittore è “importante”, per esempio, è diverso da definirlo “grande”. Da una parte sta la capacità di aderire criticamente al proprio tempo, dall’altra l’intuizione che permette di superare la contingenza con uno slancio geniale. Non che i due termini siano necessariamente in contraddizione, ma di sicuro la grandezza ha la meglio sull’importanza. Magari non da subito, se è vero che uno autore può essere a lungo considerato importante e poi dimostrarsi grande a un certo punto del suo percorso.

È il caso di Mario Pomilio, lo scrittore abruzzese di cui ricorre oggi il centenario della nascita, avvenuta a Orsogna, in provincia di Chieti, il 14 gennaio 1921. Dotato di una robusta formazione storico- letteraria, Pomilio è importante fin dall’inizio, come dimostrano i suoi contributi a un dibattito che, muovendo dal Sud, si estende all’intero Paese e che si esprime, tra l’altro, attraverso la rivista Le ragioni narrative, da lui fondata nel 1960 insieme con Michele Prisco, Domenico Rea e altri intellettuali napoletani.

L’esordio nel romanzo risale al 1954 con L’uccello nella cupola, un libro che già rende evidente un’inquietudine spirituale maturata anche attraverso la frequentazione di autori quali Georges Bernanos e François Mauriac.

Di ambientazione parigina è, non per niente, il successivo Il testimone del 1956, nel quale torna ad affacciarsi il tema del dolore innocente già presente nel romanzo del debutto. In apparenza meno connotato in senso religioso è Il nuovo corso del 1956, rielaborazione quasi in presa diretta, e in chiave fantastica, dei fatti che, nell’autunno dello stesso anno, hanno portato alla destituzione del governo ungherese guidato dal riformista Imre Nagy.

Un libro politico? Certo, ma più che altro una presa di posizione etica, perché «essere uomini di lettere, in quel momento storico, significava sancire un’appartenenza a un terreno di scontro, manifestare i legami tra le proprie opere e una dimensione di un impegno civile che innanzitutto riformulasse il patto tra scrittori e realtà, attribuendo alla letteratura un valore non semplicemente legato a un esercizio di stile o a una prova di abilità individuale». Sono le parole con cui il curatore Giuseppe Lupo introduce la nuova edizione di La compromissione (pagine 330, euro 12,00), proposta da Bompiani in occasione del centenario di Pomilio. Pubblicato originariamente nel 1965, questo è il titolo che all’epoca stabilì con chiarezza la statura dell’autore, assicurandogli la vittoria al premio Campiello.

Ed è, a tutti gli effetti, una storia degli anni Sessanta, attraversata dalla tensione tra cattolicesimo e marxismo oltre che dalle avvisaglie di una crisi sociale che investe anzitutto la famiglia e la coppia. La scena è di nuovo a Teramo, la città che faceva da sfondo all’Uccello nella cupola, ma al posto di don Giacomo, il sacerdote protagonista del primo romanzo, incontriamo Marco Berardi, un giovane militante socialista alle prese con le contraddizioni fra pubblico e privato.

A far vacillare la sua fedeltà al partito contribuisce in modo determinante il fidanzamento con Amelia, figlia di un maggiorente democristiano nella cui orbita Marco finirà per essere attratto. Sotto l’adeguamento alle convinzioni borghesi cova però un risentimento irrisolto, che avrà un esito inatteso e drammatico proprio nel rapporto con Amelia o, meglio, nella mancata maternità della donna. La compromissione è forse il libro più duro di Pomilio, quello nel quale tra i personaggi e l’esperienza di Dio si oppone una barriera che sembrerebbe insormontabile: «Pensai d’aver pregato, e che qualcuno non m’aveva ascoltato – dice il protagonista nel momento cruciale del racconto –. Pensai che, se m’avesse ascoltato, nulla di ciò sarebbe successo. E fu quello l’estremo limite di religiosità da me toccato».

Dopo l’intermezzo più disteso, ma non privo di profondità, di Il cimitero cinese del 1969, nel 1975 Pomilio esce allo scoperto con il libro in cui si dispiegano la complessità e, appunto, la grandezza della sua opera. Si tratta di Il quinto evangelio, strepitoso componimento misto di filologia e d’invenzione nel quale la ricerca dell’«Apocrifo degli Apocrifi » si risolve nella rivelazione, a sua volta sfuggente, del testo implicito che dà conto dell’insegnamento originario di Gesù: «ciò che facciamo in parole e in opere – recita uno dei passaggi più celebri del libro – è l’evangelio che si sta scrivendo».

Vincitore del premio Napoli, Il quinto evangelio è uno dei capisaldi misconosciuti del Novecento italiano, un capolavoro sperimentale connotato da un’irripetibile consapevolezza teologica (sono le due direttrici di cui Pomilio dà conto nello stesso giro d’anni con i «frammenti d’una enciclopedia del dissesto» riuniti in Il cane sull’Etna del 1978 e nei saggi di Scritti cristiani, usciti nel 1979 e poi, in forma ampliata, nel 2014 a cura di Marco Beck). All’altezza del Quinto evangelio si spinge Il Natale del 1833, con il quale Pomilio si avventura nel laboratorio manzoniano per un’ardita incursione tra vero e verosimile. È l’altro grande romanzo, quello che nel 1983 porta l’autore a vincere lo Strega.

Al momento della morte, il 3 aprile 1990, Pomilio sta lavorando a una vicenda che, una volta di più, rielabora e illumina uno spunto reale. Di Una lapide in via del Babuino restano solo poche pagine, ma più che sufficienti per comprendere che anche questo sarebbe stato un libro importante. Anzi, un grande libro.

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