Cardinale Martini: il vescovo e la sua gente

Credeva moltissimo nei laici, uomini e donne, e confidava nella loro collaborazione, senza riserve

Il cardinale Martini “visto da vicino”. Dora Castenetto, docente alla Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, a lungo collaboratrice dell’Arcivescovo di Milano, intervistata da Gianni Borsa per il Sir ne sottolinea alcuni elementi del ministero ambrosiano, soffermandosi anche su qualche aspetto della personalità e del carattere.

Si è sovente affermato che Martini sia stato un “uomo della Parola”. Condivide questa espressione? Quale il suo significato concreto?

Il cardinal Martini ci ha insegnato a conoscere e ad assaporare la Parola di Dio. Il suo insegnamento puntuale e profondo, autentico magistero, era indubbiamente frutto degli studi biblici in cui era specializzato, ma egli preferiva comunicarci il senso della Scrittura così da innamorarcene e tradurla in vita. La sua era veramente una scuola efficace, che nutriva l’intelligenza e il cuore e aiutava a essere autenticamente cristiani. Induceva a una preghiera intensa, a un silenzioso ascolto, a una intimità con Dio nel suo parlare all’umanità, come ce lo propongono i testi sacri. Il linguaggio del Cardinale era lineare e suasivo, alla portata di tutti: persone semplici e dotte, giovani e adulti lo seguivano con facilità, avvinti dal suo modo di porgere anche pagine difficili, lette e commentate con grande sapienza.

Quando si parla del cardinal Martini ci si sofferma, comprensibilmente, sul suo ministero di vescovo, sugli studi biblici, sulla sua figura culturale… Ma, personalmente, com’era Martini?

La conoscenza e la vicinanza al cardinal Martini, di cui io stessa ho potuto godere in molte occasioni, mi hanno aiutato ad apprezzarne la profonda sensibilità umana. Visto dall’esterno, poteva talora dare l’impressione di una persona che non si concedeva con facilità, ma non era così. Tutt’altro che distaccato, sapeva vivere una vicinanza sincera, affettuosa, ascoltare i problemi personali che gli venivano posti, avere espressioni di amicizia accolta e donata, con garbo e delicatezza, sempre con signorilità e squisita gentilezza. In questi ultimi anni non si è mai sottratto alla trasparenza di un sentire con una paternità senza veli, con amicizia, accogliendo con gioia espressioni e gesti affettuosi nei suoi confronti, ricambiati con la discrezione che lo connotava, superando la timidezza di altri anni.

Quale è stato il rapporto tra l’arcivescovo Martini e la sua comunità diocesana?

Posso affermare che abbia sempre vissuto con amore e con dedizione l’incontro con la sua diocesi, facendosi vicino alla gente e lasciandosi circondare dall’affetto, pur con la riservatezza del suo stile. Non si è mai sottratto all’ascolto e alla presa in carico dei problemi della diocesi, seguendo con cura eventi lieti o dolorosi. In particolare, mi pare di dover mettere in evidenza la vicinanza ai preti, specialmente i giovani sacerdoti che accompagnava nel pellegrinaggio formativo annuale. Posso dire di averlo visto sempre disponibile, incoraggiante nel colloquio, con semplicità paterna e fraterna, anche durante i pasti, dove voleva con sé i preti, o raggruppati per classe o individualmente per essere con loro in modo non formale. Gli premeva conoscere il loro impegno pastorale, le prime difficoltà del ministero, la vita negli oratori e nelle parrocchie. Ed era anche questo un modo per conoscere la diocesi, per rendersi conto del cammino in atto o da farsi.

I biografi di Martini ne hanno finora sottolineato i “tratti conciliari” e la sua capacità di valorizzare il laicato. Un giudizio che si sentirebbe di confermare?

Certo. Credeva moltissimo nei laici, uomini e donne, e confidava nella loro collaborazione, senza riserve, incoraggiando ad assumere compiti nell’ambito ecclesiale, sociale e politico. Ascoltava quanto gli si diceva con comprensione, infondendo fiducia ad andare avanti, a credere nel futuro della Chiesa, che poteva aprirsi sempre più al fattivo impegno dei laici. Quante volte, lavorandogli accanto, ho potuto sperimentare questa fiducia, consolante e promettente! Una fiducia anche nell’impegno femminile. Mi resta nel cuore una sua espressione pronunciata dopo l’elezione dei moderatori (tre donne e un solo uomo) del 47° Sinodo diocesano, nei primi anni Novanta. Seduta accanto a lui, nella prima riunione, mentre io ero un po’ trepida dinanzi alla numerosa assemblea, mi aveva detto: ‘Questa elezione vale più di tutti i volumi scritti in favore delle donne. Non abbia paura e svolga questo servizio con coraggio e fermezza’. Un piccolo esempio, questo, a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri.

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