Il cappuccino padre Franco: «Il mal d’Africa? Esiste davvero!»

«Se ripartirei? Subito, stasera stessa». In occasione dell’Ottobre missionario, l’incontro è nel convento dei cappuccini di Colle San Mauro con frate Franco Nicolai, uno che di missioni ne sa decisamente qualcosa. Entrando, i suoi quasi quarant’anni in Africa si respirano subito. Quadri, fotografie, documenti, oggetti di artigianato compongono una mostra aperta ai visitatori che è prima di tutto uno spaccato di cultura, di vita e di dedizione.

Frate Franco è un fiume in piena, consapevole dell’impossibilità di condensare un’esperienza come la sua in poco meno di un’ora di conversazione. Una vocazione nata ai tempi della maturità al liceo classico, alla fine degli anni ’50, dopo una giovinezza segnata indelebilmente dagli incontri con san Pio da Pietralcina, «un meridionale verace che non le mandava a dire».
Poi l’entrata, giovanissimo, nei Padri cappuccini e l’ordinazione sacerdotale nel 1966, l’esperienza come cappellano del Policlinico Umberto I di Roma e la scelta di essere un missionario. «Perché?» chiedo semplicemente. La risposta è ancor più semplice della domanda: «Perché ognuno ha il suo posto, il mio era quello».

Frate Franco si rigira il cordone tra le dita e spiega senza troppi preamboli che nel mondo dei religiosi non ci sono luoghi in cui si è più o meno utili: ognuno lo è nel luogo in cui si trova o è chiamato a stare. La memoria corre a cinquant’anni esatti fa, gli occhi brillano. Era il 24 ottobre 1967 quando la nave con a bordo frate Franco e i suoi confratelli della provincia romana salpò da Marsiglia. «Attraversammo lo stretto di Gibilterra, circumnavigammo l’Africa, arrivammo in Madagascar dopo un viaggio di 23 giorni attraccando solo a Dakar, per di più di notte. Eravamo solo dei ragazzi, ci sembrò di intraprendere un’avventura meravigliosa, e lo fu».

Per un giovane missionario con la passione per il disegno e la pittura, figlio di un’insegnante e di un violinista di Santa Cecilia, si apre la visione di un posto «altro», a iniziare dalla lingua: «Non sapevamo nulla dei complicatissimi idiomi del posto, abbiamo imparato e studiato direttamente lì». In contemporanea, il difficile impatto culturale con i malgasci. Una popolazione che è un miscuglio di etnie, che non può definirsi né africana, né indiana, ma possiede una propria personalissima identità anche nella fisionomia fisica.

Frate Franco ha rappresentato la Chiesa romana in una comunità a maggioranza islamica a causa delle forti discendenze dovute alle colonie arabe, e ha vissuto in un’atmosfera di divieti: «Dovevamo stare attenti, non potevamo esporre i nostri libri e le foto del Papa, non potevamo neppure suonare le campane, il segno ufficiale ed esemplare della cristianità».

Sulle altre difficoltà dovute alla fame, alle privazioni di ogni tipo, alle malattie mortali come la tubercolosi, la malaria e l’ebola, ci soffermiamo poco, se non osservando i volti dei compagni di viaggio che non ce l’hanno fatta. L’attenzione è calamitata da una gigantografia in cui porge soddisfatto un bicchiere di latte a un gruppo di bambini. Tanti bambini, un solo bicchiere. Anni di continue battaglie per ottenere più latte, i pozzi d’acqua, l’istruzione, la sopravvivenza stessa.

Frate Franco lascia il Madagascar nel 1990, 23 anni dopo l’avventurosa partenza dal porto di Marsiglia. Ma la sua missione non si ferma. Sta sette anni nelle isole Comore, e sulla fine degli anni ’90 si sposta nella Repubblica del Congo, in piena guerra civile. «Paura? No. Non aveva senso averne, dovevi pensare innanzitutto a sopravvivere tu per poi cercare di dare una mano agli altri». Malattie da curare alla meno peggio, eccidi, animali pericolosi. L’impatto con la foresta e una natura selvaggia e incontaminata: la velenosissima vipera del Gabon che aggredisce facendo un balzo in avanti, le formiche rosse ancora più temibili che si muovono in massa e divorano letteralmente le prede che capitano a tiro. Un racconto che non permette di tirare il fiato. Chiedo cos’è il mal d’Africa, se esiste per davvero. «È un disagio vero, che deriva dall’appartenenza a una società iperstrutturata come quella occidentale. Abbiamo tutto, e siamo sempre scontenti. L’Africa è una società essenziale, espressa perfettamente dal sorriso di un bambino. Guarda questa foto, stanno tutti su un carretto che a malapena sta in piedi, fatto con ruote artigianali neppure perfettamente rotonde. Ma sono felici».

Dal 2015, in vista del traguardo degli ottant’anni – portati benissimo – e con qualche acciacco alle ginocchia, frate Franco è tornato stabilmente in Italia. Mi congeda nei pressi dei vialetti del curatissimo giardino di Colle San Mauro, si chiude alle spalle una porta ben salda sui cardini mentre le aiutanti suore iniziano ad attingere per la cena da una dispensa ben fornita. Il «suo posto» ora è qui, eppure gli occhi dicono altro. Il ricordo dell’essenziale è ancora troppo fresco e l’impressione è che frate Franco sul calar della sera la nostalgia dei tramonti africani la senta sulla pelle. E, forse, gli mancano perfino le formiche rosse.

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