Cultura

Cancellare o non cancellare? La difficile arte della scelta

La gomma ha compiuto 250 anni ma il tratto di penna è antico quanto lo scrivere. Una pratica che per alcuni autori fu estrema. Da Virgilio a Kafka a Kipling

Tutto si può cancellare, non solo i tratti della matita per mezzo della gomma. Più tenace è la superficie, più forti saranno gli strumenti cancellatori. Il verbo “cancellare” che ora fa venire in mente qualcosa che sparisce, in origine si riferiva a ciò che finiva dietro le sbarre di un cancelletto. Due sbarre orizzontali, due verticali e l’espressione giudicata errata, imprecisa, eccetera, è chiusa fuori dalla pagina. Si può cancellare ancora così, ma con un solo tratto il divieto ha uguale valore. Altri scriventi ricoprono d’inchiostro tutto il breve testo. Lo murano.

Dalla comparsa della gomma in qua, cancellazione vale sparizione. Qualcosa di cui non c’è più alcuna traccia. Virgilio non era contento dei suoi versi finché non fosse arrivato a quella che riteneva la perfezione, di ognuno in relazione con gli altri e preso singolarmente. Consumava la spugnetta, a forza di raschiare spuntava il raschietto, questi due antenati della gomma. Cancella e correggi arrivò un punto, molti punti, che cancellava ma non sapeva più come correggere. Per cui ci restano quei versi incompiuti – i tibicines, “puntelli” dei versi che sarebbero venuti, forse – che lo ossessionavano e noi invece neanche li vediamo. A meno che non siano proprio loro a brillare più di altri – “ Italiam non sponte sequor” (4, 361) – con il loro «lucore – dice Paratore – strano e misterioso».

Restava ancora una grande, generale, ultima correzione. Lo strumento più adatto giudicò che fosse la nave. Partì per la Grecia a rimeditare il poema mettendolo alla prova dei luoghi, compulsando fonti nelle biblioteche, facendogli respirare aria greca per vedere, alla fine, cosa resistesse e cosa no. Non sappiamo se fu proprio quel viaggio a far vacillare ai suoi occhi l’intera Eneide, o se i mezzi versi mancanti – né molti né pochi: 58 – non smettevano di deturparlo ai suoi occhi. Ma escogitò l’ultima Cancellazione, la definitiva, via fuoco. Alla sua richiesta – con quali parole fu fatta? con quale tono? quale faccia? –, i due amici Tucca e Vario forse dissero: va bene. Forse dissero: ne riparleremo, cerca di rimetterti. Perché al ritorno da quel viaggio Virgilio si ammalò (e morì dopo poco). E non cancellarono niente.

Saltiamo due millenni e veniamo a Kafka. È tutto noto: simile richiesta all’amico Max Brod; risposta forse simile e decisione identica di tenere fino all’ultimo rigo. La cosa diventa singolare con gli Aforismi di Zürau. Gli aforisimi che Kafka intendeva eliminare nella breve raccolta li aveva cancellati con un solo tratto di penna. Si leggeva tutto e Brod pubblicò anche quelli. Non sbagliandosi nemmeno stavolta.

Prima della Metamorfosi kafkiana, altre famose Metamorfosi avevano giocato col fuoco. Tornando di nuovo indietro di due millenni immaginiamo il gesto teatrale e patetico del povero Ovidio che, la notte prima di partire per l’esilio, prende il volume delle sue mutevolissime storie e la getta nel fuoco, sapendo che ce n’erano in giro vari altri.

Ma la gomma? La mitissima gomma inorridisce a tante cancellazioni esagitate, violente, totali. Eccola qui. Tolgo il cellophane, la scarto. È un mattoncino ancora immacolato, con spigoli che sono ancora spigoli. La avvolge una cartina che ne lascia fuori un centimetro preservando il resto. È la gomma specializzata in matite. Che promette quello che può dare. Diversamente da quella bicolore, bianca e blu, o dalla ruvida e angolosa rotella blu, che promettono ancora di eliminare inchiostri bucando fogli. Un agglomerato di componenti naturali e chimici di ogni genere formano questo candido mattoncino, amico della matita anche se ne fa sparire i segni. Ha compiuto da poco 250 anni – venuta la mondo nel 1770, dal chimico Joseph Priestley – e sembra appena nata.

E tanto bianco, per contrasto, mi fa tornare in mente un nerissimo nero. L’inchiostro di china di Rudyard Kipling. Ne parla in Qualcosa di me. Scritto un racconto e reputatolo a un passo o due dalla stesura definitiva, si poggiano i fogli sulla scrivania. Si prende la boccetta dell’inchiostro di china. Si rilegge, passando con cura il pennellino su parole, frasi o terzi di pagina che adesso ci appaiono superflui. Si batte a macchina il racconto alleggerito. Si chiude nel cassetto. Dopo un mese, forse più, si apre il cassetto e si rilegge. Ripetendo l’operazione se necessario. I vuoti creati dall’inchiostro non saranno semplici vuoti. Saranno vuoti parlanti, come il bianco intorno alle poesie. Ma l’inchiostro dev’essere di china, insiste, sennò non funziona.

da avvenire.it

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