Europa

Brexit? «È troppo presto per sapere cosa succederà»

Nell’elegante sede del Foreign Office, a pochi passi da Downing Street e dal parlamento di Westminster, la dipartita britannica dalla Ue è ancora al centro delle conversazioni di duecento giornalisti stranieri, riuniti all’evento “Working with Whitehall”

Una Gran Bretagna vassallo degli Stati Uniti che la sfrutterà, imponendole una legislazione che abbasserà la qualità delle merci e peggiorerà le condizioni dei lavoratori. Oppure un Regno Unito ancora legato da vicino alla Ue, grazie a un accordo post Brexit che lo mantenga allineato alla legislazione europea. Nell’elegante sede del Foreign Office, a pochi passi da Downing Street e dal parlamento di Westminster, la dipartita britannica dalla Ue è ancora al centro delle conversazioni di duecento giornalisti stranieri, riuniti all’evento “Working with Whitehall”, organizzato dal ministero degli Esteri insieme all’Associazione stampa estera.
Presenti funzionari e addetti stampa di tutti i ministeri britannici.

Il discorso introduttivo tocca a Christopher Pincher, ministro conservatore in attesa di conoscere il suo destino, in queste ore di rimpasto di gabinetto, che sottolinea come i legami tra un Regno Unito, da sempre Paese profondamente europeo, e la Ue saranno ancora fortissimi.

Mentre gli addetti stampa ci tengono a lasciarsi alle spalle le divisioni targate Brexit ed escludono categoricamente l’eventualità di un’uscita senza accordo dalla Ue, per Antonello Guerrera, corrispondente di “la Repubblica”, lo spettro del “no deal” si aggira ancora nei saloni di Whitehall.
“Anche se Boris Johnson adesso lo chiama ‘Australian deal’, con un linguaggio edulcorato – spiega Guerrera -, la mancanza di una soluzione commerciale, concordata con la Ue, a fine anno può ancora diventare realtà”. E aggiunge: “Le trattative di questi dieci mesi e mezzo, fino alla fine del prossimo dicembre, per quanto noiose, saranno importantissime perché definiranno l’assetto economico e geopolitico di Europa, Stati Uniti e dell’intero Occidente”.

Secondo il corrispondente di “la Repubblica”: “sarà difficilissimo che Boris Johnson riesca a fare la quadra, accontentando sia la Ue che l’America di Donald Trump”.
“Le regole europee e quelle americane sono molto diverse – chiarisce Guerrera – e, se Johnson decidesse di lasciare la Ue per privilegiare un accordo con gli Stati Uniti, Trump potrebbe chiedere in cambio, in modo spregiudicato, aiuti in politica estera in Iran o in Libia che a Johnson sarebbe difficile concedere”.
Sempre secondo il corrispondente di “la Repubblica”, nel caso di un “no deal” o “Australian deal”,  il distacco della Scozia diventerebbe molto probabile, perché questa regione del Regno Unito dipende economicamente dal mercato unico e da frontiere aperte ai migranti.

“Sarà un lungo scontro a bassa tensione quello tra Inghilterra e Scozia di questi mesi”,

spiega Guerrera, “perché gli abitanti a nord del vallo di Adriano non vogliono fare la fine dei catalani, ma neppure essere trascinati fuori dalla Ue contro la loro volontà”.

Secondo Guerrera la maggior parte dei settori produttivo ed economico britannici sono a favore di un deciso allineamento del Regno Unito con le regole Ue mentre a Boris Johnson questa prospettiva non piace per nulla.

Ad essere convinta che “le cose si stanno spostando verso un Brexit più duro di quello che la maggior parte delle persone avevano immaginato”, è anche Deborah Bonetti, direttrice della “Foreign press association”, l’Associazione stampa estera di Londra e corrispondente londinese del quotidiano “Il Giorno”.
“Mi sorprende ma, in questo momento, sembra che non ci sarà nessun allineamento della Gran Bretagna sulle regole europee, il cosiddetto level playing field”, continua la direttrice della Fpa, “Spero che i negoziati intensi di quest’anno rendano questa prospettiva più ‘soft’, lasciando spazio per un accordo con la Ue”.

Per Kate Mc Cure, freelance australiana e presidente della Fpa, “tutti in Gran Bretagna si sentono sollevati perché l’incertezza è stata allontanata con la forte maggioranza conquistata da Boris Johnson”.
“È improbabile che il Regno Unito diventi un paese satellite degli americani perché si tratta di un’economia importante, la quinta nel mondo”, dice ancora Kate Mc Cure, “Credo anche che la Ue abbia bisogno dei prodotti britannici quanto il Regno Unito ha bisogno dei prodotti europei e che un accordo convenga a tutti e due.

Da australiana posso dire che il libero commercio con il resto del mondo funziona, ma è molto difficile e complesso farlo diventare realtà. Inoltre, per la Gran Bretagna si tratta di un territorio inesplorato, perché le trattative commerciali sono state condotte, fino ad oggi, dalla Ue”.

I tre corrispondenti concordano che “è troppo presto per sapere che cosa succederà” e sottolineano che, “con la decisione, qualche giorno fa, di dare il via libera all’ingresso del colosso cinese Huawei nello sviluppo della rete 5G del Regno Unito, Boris Johnson ha dimostrato che farà il suo interesse e non quello di Trump”.

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