Borbona, don Ernesto: «Dovremo aspettare che la neve si sciolga»

Borbona è uno dei comuni più colpiti dai terremoti di agosto e ottobre. Si trova a due passi da Amatrice, ma anche dalla faglia di Montereale e dalla diga di Campotosto. Una zona ad altissimo rischio, compresa, come Amatrice, Accumoli, Leonessa e altri comuni, nella “zona 1” della mappa di pericolosità sismica

Di fronte al proseguire delle scosse, don Ernesto Pietrangeli, parroco di Borbona, non nasconde la sua preoccupazione. Ma insieme cerca di non farsi sopraffare dall’emozione: «È vero che un terremoto poco più forte può buttare tutto a terra, ma al momento molte situazioni rimangono invariate rispetto al 24 agosto e al 30 di ottobre», ci spiega qualche giorno dopo le intense scosse del 20 gennaio.

«Parlo della parte bassa del paese, dove anche la chiesa è rimasta in piedi e non presenta danni particolari. Solo qualche calcinaccio come le altre volte. Il problema è piuttosto la neve, soprattutto nella parte alta di Borbona. Lì non sono potuto salire, ma so che la situazione è maggiormente compromessa. Sarà bene trovare un’altra sistemazione a chi si trova solo o isolato. C’è tanta gente da evacuare. Di fronte a un nuovo sisma, le persone difficilmente potrebbero scappare. Lo stesso vale per frazioni come Piedimordenti, che forse è la più lesionata».

Gli spostamenti forzati, insieme al maltempo, non aiutano ovviamente lo stato d’animo delle persone. «In apparenza la vita continua come prima – aggiunge don Ernesto – ma tutto va rapportato alla situazione. È chiaro che la gente è scossa e stanca. Ci si fa coraggio e si va avanti, ma molte persone andrebbero accompagnate non solo in luoghi più sicuri, ma anche psicologicamente. Si vive sempre sul “chi va là”, accompagnati dall’idea che sta per sprigionarsi un terremoto più violento di quelli precedenti. Ed è un pericolo reale: è un bene che le istituzioni stiano aiutando le persone a trovare sistemazioni alternative».

Di sicuro, una necessaria convivenza con il terremoto sembra oramai un dato acquisito. Dopo quello che ha raso al suolo L’Aquila, a Borbona c’è chi si è dotato di “casette” in cui trascorrere i momenti di più intensa attività tellurica. E già questo è il segnale di una prospettiva, di una voglia di non cedere allo scoramento, di non rinunciare ad abitare nel mezzo di paesaggi tanto belli quanto difficili, disegnati proprio da questo incessante movimento del nostro Appennino.

Movimenti che il sacerdote ha imparato a leggere dentro le sue chiese, quasi fossero una specie tutta particolare di sismografo, con l’intensita dei terremoti registrata dai movimenti delle statue e degli arredi. Don Ernesto ci scherza un po’ su, ma di fondo c’è l’amarezza di non poter celebrare la messa al loro interno e il timore che il patrimonio artistico custodito venga gravemente compromesso. Non gli manca però la voglia di andare avanti, l’attesa della primavera: «Dovremo aspettare che la neve si sciolga. A quel punto potremo verificare meglio i danni e decidere da quale punto riprendere i discorsi».

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