Mondo

Bolivia, il vescovo Coter: «Rischiamo di diventare la brutta copia del Venezuela»

Sono una trentina i feriti durante gli scontri di ieri tra i fedelissimi del presidente della Bolivia Evo Morales e chi contesta i risultati delle elezioni del 20 ottobre, con la sua riconferma al quarto mandato

Sono una trentina i feriti durante gli scontri di ieri tra i fedelissimi del presidente della Bolivia Evo Morales e chi contesta i risultati delle elezioni del 20 ottobre, con la sua riconferma al quarto mandato. Si accende la tensione nel Paese andino, dove vive da 28 anni il vescovo Eugenio Coter, missionario fidei donum bergamasco e vicario apostolico di Pando. Lo abbiamo incontrato al Forum missionario nazionale in corso a Sacrofano, nei pressi di Roma.

“Il futuro della Bolivia si sta giocando in queste ore nelle strade. La tensione aumenterà: per ora ci sono solo 30 feriti ma temo che presto ci saranno morti e il presidente Morales decreterà lo stato d’emergenza per sei mesi, con i militari nelle strade. Un copione già visto. Rischiamo di diventare la brutta copia del Venezuela, perché l’economia boliviana non è più sostenibile”. Il vescovo Eugenio Coter, fidei donum bergamasco, vicario apostolico di Pando, nel nord della Bolivia, parla della sua terra d’adozione con affetto e un po’ di amarezza. I suoi modi sono pacati e gentili, lo sguardo dolce e chiaro. Mostra sul telefonino la cartina geografica e i confini della sua enorme diocesi amazzonica: 111.000 km quadrati (un terzo dell’Italia) con 11 sacerdoti, 11 religiose e 3 seminaristi e 6 sole parrocchie, con 30 messe totali ogni domenica. Per fortuna ci sono 400 catechisti e animatori della comunità che lo aiutano nelle circa 200 celebrazioni della Parola. E suor Siria, delle Suore della Provvidenza di Santa Teresina, “che presiede matrimoni e battesimi”, anche se “i battesimi d’emergenza li fa il catechista”. In questo vasto territorio ci si sposta via fiume – il principale corso d’acqua è il Madre de Dios –, con piccoli aerei o jeep. È la zona della produzione della noce amazzonica, che sfama 30.000 famiglie ma anche dell’estrazione dell’oro dai terreni sabbiosi dei fiumi. Lo incontriamo durante il Forum missionario nazionale organizzato dall’Ufficio di cooperazione missionaria tra le Chiese e la Fondazione Missio, in corso dal 28 al 31 ottobre a Sacrofano (Roma). Oltre 280 i partecipanti, tra sacerdoti, religiose e laici.

Dal Sinodo per l’Amazzonia all’attualità. Missionario da 28 anni in Bolivia, mons. Coter è reduce dai lavori del Sinodo per l’Amazzonia, ma in questi giorni il pensiero e la preoccupazione sono solo per il suo popolo. Ieri sera sono stati contati una trentina di feriti, tra cui uno grave colpito da un proiettile, durante gli scontri tra polizia e oppositori a Santa Cruz, nella capitale La Paz e nella città di Cochabamba. Le proteste sono iniziate sette giorni fa per i presunti brogli nelle presidenziali del 20 ottobre e la decisione del Tribunale supremo elettorale che ha attribuito la vittoria al presidente Evo Morales, al suo quarto mandato per altri 5 anni. Le tensioni coinvolgono da una parte i militanti del partito di governo, il Movimento al socialismo (Mas), i sindacati dei minatori e dei “cocaleros”, dall’altra molti comitati civici, aderenti a partiti di opposizione e formazioni giovanili antigovernative. “Morales ha una base agguerrita – osserva mons. Coter –, uno zoccolo duro che rappresenta il 34% della popolazione e manifesta armato di bastoni”. Per acuire le tensioni su molte strade i “bloqueo” impediscono la normale circolazione delle vetture. La Chiesa boliviana, che in passato aveva difeso Morales quando i suoi diritti erano stati calpestati, si è espressa ufficialmente sulle elezioni, chiedendo un ballottaggio – tra Carlos Mesa e Morales – che non c’è stato.

“Timori di brogli”. Anche mons. Coter è molto critico sul modus operandi di Morales. “È passato sopra il referendum che aveva perso per continuare a governare oltre i due mandati concessi dalla Costituzione – afferma –, i dati delle elezioni sono cambiati inspiegabilmente e i brogli sono stati riconosciuti dagli osservatori dell’Organizzazione degli Stati americani e da numerose realtà della società civile. Tante persone testimoniano di essere state registrate come residenti in una regione diversa dalla loro”. Il vescovo non ha timore di parlare e prendere una posizione, anche se sa che il suo telefonino “è sotto controllo da 19 anni”, e non ha paura a dire che si “spendono un milione di dollari l’anno per il controllo delle comunicazioni”. “Ma non è una questione di destra o di sinistra – precisa –. Morales dice di essere indigeno ma in realtà è un colono. Non parla né la lingua quechua, né l’aymara. Se comprendesse veramente la vita e le ragioni dei popoli indigeni non sposterebbe le comunità dalle montagne alle foreste amazzoniche, per farli diventare allevatori di mucche e costringerli a disboscare con il fuoco”.

“Sta portando avanti la stessa politica del presidente del Brasile Jair Bolsonaro in Amazzonia”.

Le scelte economiche. Tra le colpe del governo Morales, a suo avviso, ci sono le scelte economiche, con ricadute negative sulla popolazione: “Nel 2006 eravamo il quinto Paese al mondo produttore di soia, quest’anno abbiamo cominciato ad importarla. Stiamo comprando all’estero 700 milioni di alimenti al mese e siamo indebitati con la Cina. Non ci sono imprese che generano economia, le riserve di gas sono finite. È un peccato, perché in lui erano riposte tante speranze, ma ha tradito il progetto Paese”. “Se il politico diventa impresario – spiega il vescovo – si entra in un giro di corruzione. I posti di lavoro non si ottengono per professionalità, per merito o concorso ma solo se hai la tessera del partito”. Mons. Coter, che in passato ha lavorato nella mediazione dei conflitti a Cochabamba, sostiene che durante questi anni ci siano stati “oltre 100 morti, più che con il precedente presidente. E 1.200 persone hanno ottenuto lo status di rifugiato politico all’estero”.

Anche se le motivazioni sono diverse, le piazze della Bolivia potrebbero diventare come quelle del Cile o dell’Ecuador?

“Sì, c’è il rischio che la gente, esasperata, usi violenza e si arrivi ad uno scontro più forte. Perché è la seconda volta che si truffa sui voti”.

Rispondi