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Benedetta la moda se ci guida nel mistero

Il domenicano Alberto Fabio Ambrosio inaugura una collana dedicata alle implicazioni teologiche dell’immaginare, produrre e indossare abiti. Una riflessione che affonda le sue radici nella Bibbia

Le sfilate di Yves Saint Laurent si concludevano sempre con l’apparizione di un abito da sposa. Un vezzo? Può anche darsi, ma nella moda, manifestazione formale per eccellenza, la forma ha sempre qualcosa di sostanziale. Ne è convinto Alberto Fabio Ambrosio, lo studioso domenicano che, dopo aver a lungo esplorato l’universo del misticismo musulmano (si pensi al suo Vita di un derviscio, uscito da Carocci nel 2014), ha ora deciso di concentrare il proprio interesse sulle dinamiche e sui significati latenti della moda.

Il risultato è “Vestire l’indicibile”, una nuova collana Mimesis che viene inaugurata in questi giorni da un saggio programmatico dello stesso Ambrosio, Dio tre volte sarto (pagine 172, euro 12,00). Se la prospettiva generale della collana consiste in un’indagine comparata tra moda e religioni, il contributo di Ambrosio – che di “Vestire l’indicibile” è anche direttore – si incentra in modo specifico sul rapporto del fashion system con la Chiesa cattolica e la teologia cristiana. A partire dalla radice biblica, come giustamente ricorda il cardinale Gianfranco Ravasi nella sua prefazione, che si apre con l’immagine della «sfilata di alta moda» polemicamente descritta da Isaia. Il registro della condanna morale («le figlie di Sion si sono insuperbite, procedono a collo teso, ammiccando con gli occhi e camminano a piccoli passi, facendo tintinnare gli anelli ai piedi», denuncia il profeta) non è però esclusivo, per quanto lo stesso Ambrosio non nasconda i rischi provenienti, per esempio, dalle storture economiche che hanno a lungo caratterizzato l’industria della moda e che adesso dovrebbero essere corrette mediante il ricorso a più rigorosi protocolli etici. In realtà, questi aspetti di sistema – in senso produttivo e finanziario – rimangono sullo sfondo nell’analisi di Ambrosio.

L’intuizione fondamentale sta già nel titolo, come osserva il cardinal Ravasi, per il quale il Dio delle Scritture non è soltanto trisagion, ossia “tre volte santo”, ma può anche essere legittimamente considerato “tre volte sarto”. Gli episodi biblici che alludono all’attività di tessere e cucire sono molto più numerosi, ma Ambrosio ne sceglie tre, collocati in posizioni particolarmente rivelatrici. Si comincia con il Libro della Genesi, dove il Signore stesso si preoccupa di allestire una tunica di pelle che copra la nudità di cui Adamo ed Eva si rendono conto dopo essere caduti in peccato. La natura della ketonet (veste) evocata da Gn 3, 21 è stata a lungo disputata. Ambrosio si dimostra incline ad accogliere l’interpretazione – rilanciata di recente dalla teologa francese Anne Lécu – secondo la quale il rivestimento di fattura divina sarebbe la pelle stessa dell’essere umano, barriera sottilissima che si frappone tra l’esperienza della caduta e la promessa della salvezza. Si tratta di un’ipotesi che permette di operare una saldatura fra il primo indumento di cui dà conto il racconto biblico e la veste di Cristo che i soldati si giocano a dati sotto la Croce nel Vangelo di Giovanni (19, 23-34). Tradizionalmente riconosciuta come simbolo dell’unità della Chiesa, la tunica inconsutile viene messa da Ambrosio in relazione con la nudità del Crocifisso, secondo una polarità tra ornamento e disvelamento che attraversa tutto il saggio.

«La questione di una moda modesta – scrive tra l’altro l’autore, che attualmente svolge la sua attività tra la Luxembourg School of Religion & Society e il Collège des Bernardins – non è quella di una moda necessariamente povera, ma quella di una salvaguardia dell’incontro reale con l’altro e non solo fantasticato in una rappresentazione del sé che vuole sfuggire alla realtà più concreta ». Oltre che proteggere il pudore, insomma, il vestito custodisce il mistero di una nudità nella quale si annida l’umanità più autentica di ciascuno. Dio tre volte sarto allinea riferimenti puntuali alle classiche riflessioni di Georg Simmel e di Emmanuel Lévinas, di Jürgen Moltmann e di Giorgio Agamben, ma ha il suo punto caratterizzante nella proposta di un’analogia tra moda e mistica. Non è unicamente in questione il pur frequente rimaneggiamento di suggestioni religiose o addirittura liturgiche da parte degli stilisti, lungo una linea che ha ottenuto grande visibilità grazie alla mostra Heavenly Bodies (“Corpi celesti”) organizzata nel 2018 al Metropolitan Museum di New York e imperniata sull’influsso esercitato dall’immaginario cattolico nell’ambito di collezioni e sfilate. In modo più peculiare, mistica e teologia condividono l’esigenza di una riduzione all’essenziale che riecheggia, tra l’altro, nell’immagine del velo prediletta da Meister Eckhart.

«Come la mistica – annota Ambrosio –, offre uno spazio di sviluppo della personalità in termini individuali, certamente, ma in legame profondo con la comunità o la società». Molto peso, nella riflessione di Dio tre volte sarto , viene dato all’altrimenti trascurato discorso che Pio XII rivolse nel 1957 ai «modellisti» dell’Unione latina dell’Alta moda. Un testo pionieristico e ancora sorprendente, nel quale papa Pacelli disinnesca l’equivoco di un’inimicizia preconcetta da parte della Chiesa e pone le basi per la legittimità di un pensiero teologico sul produrre e indossare vestiti. Nello stesso tempo, Ambrosio istituisce collegamenti efficaci con il magistero di papa Francesco, specie per quanto riguarda la continuità tra abito, habitus (nel senso di attitudine morale) e habitat. Nel programma della Laudato si’, così come nella discussione che ha accompagnato i lavori del Sinodo dell’Amazzonia, l’invito a coltivare uno sguardo nuovo sulla realtà offre implicazioni importanti anche per il tema, apparentemente eccentrico, su cui si sofferma Ambrosio. Resta da ricordare il terzo vestito di origine divina, la terza volta in cui Dio agisce come sarto. Siamo al termine dell’Apocalisse e l’esortazione a lavare le proprie vesti si fa sempre più incalzante. Ci sono da celebrare le nozze dell’Agnello, non ci si può presentare vestiti in modo inadeguato. Sarà una coincidenza, oppure un ricordo involontario, ma forse è proprio per questo che l’abito da sposa era diventato il suggello di Yves Saint Laurent.

da avvenire.it

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