Battere la pietra come un antenato

Un senso originale della forma e una precisa ricerca estetica e spirituale nell’opera scultorea di Felice Rufini.

Tutti lo conoscono come sicuro punto di riferimento del mangiar bene a Rieti, ma Felice Rufini, titolare del ristorante “La Piazzetta”, ha altri talenti oltre alla cucina. Se ne accorge chi entra nell’Auditorium dei Poveri e non può fare a meno di notare l’interessante scultura posta in fondo alla sala. Sì, perché Felice praticamente da sempre modella pietra e legno ricavandone forme evocative e poetiche, mai del tutto astratte, capaci di richiamare sempre alla mente qualcosa di meglio definito.

E proprio in questa veste di artista lo abbiamo seguito nel suo laboratorio all’aperto, per vedere come lavora, per capire quale discorso si cela dietro questa decennale ricerca.

Così scopriamo che la sua è una indagine sulla materia, una ricerca anche spirituale, verso l’anima, l’essenza della realtà. E la realtà è dura proprio come la pietra, ma anche bella e a suo modo sempre sorprendente.

«Quando inizio un nuovo lavoro parto dal disegno. Già dalla pietra che trovo intuisco la forma che nasconde. Segno i tratti principali sul blocco e inizio ad inciderlo con gli utensili. E rimuovendo gli strati di pietra mi accorgo di ostacoli al progetto: una venatura, un punto più debole scavato dall’acqua, una discontinuità nella roccia, la nicchia ricavata da qualche insetto». Ed allora c’è da capire come intervenire, se conviene ascoltare il suggerimento del materiale o se si può aggirare l’ostacolo e tenere fede al progetto. «Il rischio è che la pietra si rompa o il legno si spezzi – spiega Felice – l’errore è sempre in agguato».

Ma quella è la lezione che la vita ricava dall’arte. Una lezione che nasce dal desiderio di raggiungere qualcosa di primitivo, forse ingenuo, ma anche autentico e profondo. Una lezione che è pure la conquista di uno sguardo allo stesso tempo nuovo e antico: quello del primo uomo di fronte alla propria capacità di trasformare il mondo, di ottenere forme e oggetti dai sassi: «certe volte ti trovi li a battere la pietra come un antenato, ti poni il problema di come conseguire il risultato, di quale è dell’utensile giusto».

E altrettanto primitivo è il desiderio di sapere, di scoprire come sono fatte le cose: «come se nelle fessure del legno e della pietra si possa celare un segreto, un qualcosa di nascosto, ma che pure fa parte della natura, proprio come i sassi, gli alberi, le nuvole».

Ma il senso della scoperta è implicito nel linguaggio stesso dello scultore, che nelle sue forme crea quasi sempre dei buchi, dei vuoti: «sono un mio istinto, sono l’idea del passaggio, il pensiero che la figura sia un passaggio per arrivare dall’altra parte».

In un certo senso, sono Porte Sante anche loro…

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