Avviata a Rieti la Comunità interobbedienziale. Il vescovo: «Siate minori per lasciare spazio a Dio»

Stretti in una chiesa di San Francesco tagliata a metà dal cantiere allestito per i necessari lavori di manutenzione, moltissimi fedeli hanno accolto insieme al vescovo Domenico i frati della Comunità interobbedienziale di Rieti - padre Marcello Bonfante (minore), padre Luigi Faraglia (conventuale) e padre Antonio Tofanelli (cappuccino), giunti in città alla vigilia della solennità dell’Immacolata

È stata accolta ieri sera nella chiesa di San Francesco, sulle parole dell’Akathistos, la comunità francescana interobbedienziale di Rieti. E il testo profondo dell’inno che illumina il mistero della Madre di Dio è sembrato davvero l’ideale per avviare l’esperimento che vede riunite le tre famiglie francescane nella compresenza di un frate minore, di un frate cappuccino e di un frate conventuale. E non solo perché Maria è Regina e Patrona dell’ordine Serafico, ma anche perché il testo dell’Akathistos è un segno di unità, un frutto maturo della tradizione più antica della Chiesa ancora indivisa delle origini. Il canto intonato dalla Schola Cantorum Chiesa di Rieti, è dunque risuonato alla perfezione con un evento che secondo i ministri provinciali dei tre ordini rappresenta il frutto profetico «di un cammino che sottolinea il primato del Vangelo, la cui gioia attende la nostra società convulsa e assetata di Dio».

Un frutto fortemente desiderato dal vescovo Domenico, che lo ha accolto come un grande dono, «un dono per nulla scontato in tempi in cui ovunque i conventi si chiudono e si va verso la razionalizzazione delle presenze». Un dono per la città e la diocesi di Rieti, che aggiunge un valore in più «in questa Valle Santa in cui Francesco ha vissuto, pregato, sofferto, amato». Un dono da ricevere a cuore aperto, come un aiuto alla riscoperta del Francesco più originario, «di un carisma di cui noi sentiamo di dover custodire e raccontare la memoria».

Non a caso, mons Pompili ha presentato padre Antonio, padre Marcello e padre Luigi a partire dalla Regola non bollata e dal significato di «minore», che è «la grande scoperta che fa Francesco». La sua ricerca lo porta dall’essere un ricco benestante alla conversione, «ma nella Chiesa ritrova qualcosa di simile ai condizionamenti sociali e culturali che credeva di aver definitivamente abbandonato». Per questo Francesco «decide di vivere senza nessuna proprietà, di essere illetterato pur avendo una certa cultura di base»: la minorità è far cadere gli schermi, eliminare le distanze, è ciò che permette di vivere insieme a un fratello e non da solo. E di questa scoperta, che decide della vita di Francesco, il vescovo ha indicato un riflesso proprio nel lungo canto dell’Akathistos, che attraverso Maria parla di Dio che si fa piccolo, di Dio che si fa uomo.

I tre frati della Comunità interobbedienziale reatina sono dunque stati chiamati dal vescovo a vivere la minorità come «piccoli semi», da cui possa germogliare per tutti l’incontro con Dio, con gli altri, con il creato. Un risultato possibile attraverso «l’ascolto e la riconciliazione» e poi grazie alla disponibilità verso i più fragili. Per questo mons Pompi ha raccomandato ai padri la Mensa di Santa Chiara e le monache che ospitano l’opera nel proprio convento, tornate da poco a vivere in città, ma anche i malati dell’hospice di san Francesco e «tutti quelli che busseranno alla vostra porta di san Rufo». Il tutto, senza dimenticare la cura per la chiesa di San Francesco e per la Pia Unione Sant’Antonio di Padova, «che da oggi non avrà un semplice cappellano, ma una cappellania, perché la bella esperienza del Giugno antoniano possa allargarsi a tutto l’anno e diventare una possibilità di evangelizzazione, di testimonianza cristiana».

Foto di Paolo Cesarini

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