Aspettiamo un altro Natale?

Una presenza. Da subito. Dal primo vagito in quella grotta di Betlemme, dove chi si affacciò vide qualcosa di così effimero da sembrare nulla: un bambino, appena nato. Un soffio, o poco più, agli occhi di noi uomini. Ma carico di quell’annuncio totale e straniante, perché diverso da qualsiasi cosa mai vista prima: «Oggi è nato per voi un Salvatore…». È così che il cristianesimo è entrato nel mondo. Una presenza. A prima vista effimera, inerme, ma colma di una diversità – di una promessa di pienezza – talmente radicale da cambiare la storia, per sempre.

Da allora c’è una domanda che scava nelle vite di chi è preso da Cristo: che cosa vuol dire essere presenti, incidere nella realtà? Non è accessoria: coincide con la natura dell’esperienza cristiana. Della fede. Molto più di tante altre domande che riguardano la morale, la politica, l’economia, le opere, il “fare”. Se il cristianesimo entra nel mondo così, vorrà pur dire qualcosa sul modo in cui vi permane ed agisce, no? E allora, che cosa vuol dire “presenza”? Nell’augurio dell’anno scorso citavamo l’espressione pregnante di Chesterton nel suo “A Christmas Carol”: “Stanco e disfatto è il mondo e astiosi e astuti tutti i re”.

È passato più di un secolo, ma non è cambiato molto. Il nostro mondo continua ad essere smarrito ed il potere gioca ancora con il bisogno degli uomini. Oggi si chiama “Mafia capitale”, ieri aveva altre etichette, ma il concetto resta indelebile. Addirittura i soloni analisti declassano la nostra Italia a livello junk, al pari di un ciarpame o della spazzatura come crescita economica. Motivi per abbandonarsi a tristezza o depressione ce ne sarebbero, eppure… Certo, basta guardare anche a se stessi per sorprendersi mille volte al giorno stanchi e disfatti come tutti.

Ma cosa succede se quello sguardo non si ferma in superficie? Che cosa può accadere se accetta fino in fondo la sfida della realtà? Occorre essere ciechi e sordi per non vedere cosa scorre sul fondo del caos che ci circonda. Ciechi per non accorgersi che “tutta la creazione geme e soffre fino a oggi nelle doglie del parto”, come diceva S. Paolo ai Romani. E sordi per non sentire la domanda che sta sotto, un grido che nessuna confusione riesce a soffocare. Chi può sostenere allora la nostra speranza? Chi può rispondere al nostro bisogno? Che tenerezza ha il Mistero per noi.

Che compassione e che fiducia perché c’è da avere proprio una stima totale dell’uomo, per affidargli tuo Figlio. Devi scommettere tutto sulla sua libertà. Eppure Dio irrompe nella storia così: affidandosi alla nostra libertà. Scendendo alla radice del nostro desiderio. Accompagnandoci fin lì a scoprirne l’origine e la profondità. Richiamandoci a non soffocarlo e a condurlo fino in fondo. E soprattutto facendosi compagno di cammino. Un uomo come noi. Un bambino. E’ possibile? Verrebbe da sorridere, ma per la gioia, certo anche per lo stupore.

Ma è così, una presenza che ci è accanto, concretamente, non nei pensieri o nelle nostre intenzioni, tanto da palesarsi in volti precisi. Quelli di amici con cui si condivide un’esperienza cristiana che vale per la vita, non solo per il Natale. Dopo le feste il problema resta, questa presenza manca e allora? Aspettiamo un altro Natale? No, quella nascita, quell’abbraccio, quella prossimità di rapporto sono per sempre.

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