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Asia Bibi, la Corte Suprema del Pakistan conferma l’assoluzione: ecco cosa è successo

La Corte Suprema del Pakistan mette finalmente la parola fine all’ingiusta condanna ai danni di Asia Bibi, la donna cristiana accusata di blasfemia nel 2009 e in seguito condannata a morte in primo e secondo grado.

Asia è stata scarcerata il 9 novembre, dopo 3.429 giorni di carcere, e condotta in una località segreta dove si trova assieme al marito. A tutt’oggi non ha ancora incontrato le figlie che da diversi giorni si trovano all’estero. Dopo il 31 ottobre, gli islamisti che già prima del verdetto avevano minacciato di morte i giudici della Corte Suprema e chiesto a gran voce l’impiccagione di Asia, hanno dato vita a violente manifestazioni di piazza. Le autorità pachistane hanno disposto maggiori misure di sicurezza, specie nelle aree abitate dai cristiani e dalle altre minoranze, temendo massacri anticristiani.

La Corte Suprema del Pakistan mette finalmente la parola fine all’ingiusta condanna ai danni di Asia Bibi, la donna cristiana accusata di blasfemia nel 2009 e in seguito condannata a morte in primo e secondo grado. Il massimo tribunale pachistano ha infatti respinto una petizione che chiedeva il riesame della sentenza di assoluzione.

La sentenza era stata resa nota dalla Corte Suprema il 31 ottobre 2018, dopo che l’8 ottobre si era tenuta a Islamabad l’udienza definitiva del caso. Allora il presidente della Corte Suprema Mian Saqib Nisar e i giudici Asif Saeed Khosa – divenuto nei giorni scorsi nuovo presidente della Corte Suprema – e Mazhar Alam Khan Miankhel avevano ascoltato per oltre 3 ore e mezza il collegio difensivo di Asia, guidato dal musulmano Saif ul-Malook, presentare la vicenda della donna, sostenendo come le prove, che esattamente 8 anni prima avevano portato ad un verdetto di colpevolezza, fossero insufficienti.

Grande era stata la gioia di suo marito Ashiq e delle sue due figlie Eisham ed Esha. «Ancora non posso credere che potrò davvero riabbracciare mia madre», aveva detto Eisham, la figlia minore della donna che aveva soltanto 9 anni quando ha visto per l’ultima volta la madre libera.

Ma il sogno della ragazza finora non si è realizzato. Asia è stata scarcerata il 9 novembre, dopo 3.429 giorni di carcere, e condotta in una località segreta dove si trova assieme al marito. A tutt’oggi non ha ancora incontrato le figlie che da diversi giorni si trovano all’estero.

Dopo il 31 ottobre, gli islamisti che già prima del verdetto avevano minacciato di morte i giudici della Corte Suprema e chiesto a gran voce l’impiccagione di Asia, hanno dato vita a violente manifestazioni di piazza. Le autorità pachistane hanno disposto maggiori misure di sicurezza, specie nelle aree abitate dai cristiani e dalle altre minoranze, temendo massacri anticristiani.

A novembre le autorità pachistane hanno arrestato oltre 150 manifestanti appartenenti a gruppi radicali che avevano manifestato contro l’assoluzione di Asia Bibi, imponendo loro anche il risarcimento nei confronti di quanti erano stati feriti o danneggiati nel corso delle proteste. Poi per calmare le folle, il governo ha accettato la petizione, oggi rigettata, che chiedeva il riesame della sentenza.

Nei prossimi giorni si temono nuove proteste ad opera dei fondamentalisti, ma resta la certezza che Asia Bibi sarà ben presto, e stavolta davvero, libera e che saràcostretta ad abbandonare il proprio Paese, dove per i “presunti blasfemi”, anche se assolti, il rischio di omicidi extra-giudiziali rimane altissimo.

Da sempre al fianco della famiglia di Asia, la Fondazione pontifica Aiuto alla Chiesa che Soffre afferma oggi in una dichiarazione ufficiale come la conferma dell’assoluzione di Asia rappresenti «una vittoria del diritto e soprattutto la vittoria di un Pakistan che ha dato prova di non volersi arrendere al fondamentalismo».

Al tempo stesso Acs si augura che «quelle stesse persone che oggi esultano per Asia, da domani si impegnino con la stessa tenacia in difesa degli altri cristiani ancora oggi in carcere in Pakistan con la medesima accusa di blasfemia, che sono 187 secondo i dati della Conferenza episcopale pachistana”. Acs invita dunque la “comunità internazionale, il cui ruolo è stato fondamentale in questa vicenda, chiediamo di continuare ad esercitare pressione sulle istituzioni pachistane, affinché si possa finalmente attenuare la portata dell’abuso della cosiddetta legge antiblasfemia».

«Oggi – conclude la Fondazione – il nostro pensiero va ad Asia, alle sue figlie e a suo marito che abbiamo sostenuto e con i quali siamo stati costantemente in contatto in questi anni. Lo scorso 24 febbraio eravamo presenti quando il Santo Padre ha donato ad Eisham, a Roma per partecipare ad un evento di Acs, un rosario per la sua mamma. Noi siamo convinti che sia stato grazie a quel rosario se Asia ha trovato la forza di affrontare gli ultimi mesi di ingiusta prigionia e queste ultime settimane tra paura e incertezze. E con quello stesso rosario ora pregherà finalmente libera assieme alla sua famiglia».

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