ARTE / Un’icona di Maria molto amata a Roma: la Salus Populi Romani in Santa Maria Maggiore

Quante volte abbiamo visto Papa Francesco recarsi nella basilica papale di Santa Maria Maggiore e pregare dinanzi all’immagine della Vergine. L’icona, conosciuta con l’appellativo di “Salus Populi Romani”, è una delle più importanti e antiche rappresentazioni della Madre di Dio. Custodita nella Cappella Borghese, nello splendido alloggiamento ideato e realizzato nel 1612 da Pompeo Targoni e Camillo Mariani, l’opera si presenta rimaneggiata a causa di alcune ridipinture e piccoli ritocchi effettuati tra il XII e il XIII secolo, con lo scopo di preservare l’immagine. Questi “interventi conservativi” non hanno reso possibile attribuire una datazione precisa all’opera, eppure le testimonianze della sua presenza a Roma sono antichissime e risalgono almeno al VII secolo.
I documenti relativi a questo periodo, infatti, ricordano la presenza di un oratorio ad praesepem nella basilica di Santa Maria Maggiore dove il Papa si recava la notte di Natale per celebrare la Messa. La “Salus Populi Romani”, benché esemplata a un modello comune di icone del periodo paleocristiano, se ne differenzia per alcune particolarità proprie che dovevano rispondere a un preciso messaggio teologico e dogmatico. L’icona si compone della figura della Vergine Maria che indossa un manto di colore verde ed è ritratta in posizione stante, con una leggera torsione della spalla verso destra, mentre la testa volge a sinistra. Sul capo scende un elegante maphorion (il velo che indossavano anticamente in Israele le donne sposate) arricchito da una doppia filettatura aurea che si ripete anche nelle maniche dell’abito. Accanto al volto corrono i monogrammi ΜΡ ΘΥ (Meter Theu) ovvero Madre di Dio, e sulla fronte è posta una piccola croce nella duplice accezione di simbolo della fede cristiana e prefigurazione del sacrificio del Figlio. Maria, con un gesto naturale e materno, sostiene il peso del piccolo Gesù incrociando le braccia e, allo stesso tempo, mostra l’esile mano dove spicca l’anello nuziale mentre con la destra regge una mappula bianca.
Il Bambino è avvolto in un elegante hymation (tipico abbigliamento regale greco-bizantino), vivacizzato da lumeggiature che creano una sorta di maglia a ragnatela. Mentre la mano destra del piccolo Gesù è benedicente, la mano sinistra sostiene un libro, forse le Sacre Scritture, un particolare degno di attenzione in quanto si tratta di una novità iconografica che va a sostituire il classico rotulo di tradizione bizantina. Il volto della Vergine e del Bambino sono impostati a una certa fissità, ma non sembrano guardare direttamente l’osservatore. La raffinata capacità dell’esecutore si palesa nel delicato andamento rotatorio della composizione, in quella volontà di coniugare una certa plasticità naturale dei corpi con la compostezza formale delle icone, quasi a voler rappresentare la natura umana dell’immagine con la dimensione celeste e divina.
Ma cosa lega l’icona al popolo romano? La tavola si accomuna a una serie di icone del V-VIII secolo presenti a Roma, che palesano la profonda devozione popolare e cristiana alla Vergine. Queste icone “romane” durante il Medioevo venivano portate in processione nelle liturgie stazionali, ed erano venerate anche per scongiurare i terribili mali che infestavano la città. Le processioni avevano un aspetto grandioso e coinvolgente e vi partecipava tutto il popolo dei fedeli, accompagnando il cammino con litanie e inni sacri. In questa complessa macchina liturgica e di fede, la basilica di Santa Maria Maggiore e l’icona della “Salus Populi Romani” rappresentavano la massima espressione devozionale del culto mariano per la salvezza della città di Roma.

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