Terminillo

Arte musiva per l’Estate in alta quota di Terminillo. Inaugurata la mostra di Carraro e Chabarik

Inaugurazione nel segno dell’arte figurativa, ma anche della musica, per l’interessante mostra che in questi giorni segna l’elemento culturalmente più elevato dell’Estate in alta quota proposta a Terminillo dalla Fraternità monastica della Trasfigurazione

Inaugurazione nel segno dell’arte figurativa, ma anche della musica, per l’interessante mostra che in questi giorni segna l’elemento culturalmente più elevato dell’Estate in alta quota proposta dalla Fraternità monastica della Trasfigurazione a chi, villeggiante o di passaggio, si incontri a bazzicare per il Terminillo. Negli spazi del Centro pastorale Filippo Micheli, sottostante il templum pacis, merita davvero una visita la mostra musiva che espone i singolari lavori usciti dalle mani dei mosaicisti Laura Carraro e Mohamed Chabarik. E a salutarne l’apertura, il pomeriggio domenicale allietato, in un incontro fra le arti, dagli intermezzi musicali offerti dal giovanissimo, talentuoso Riccardo Paolocci al pianoforte.

Due piccoli “salottini”, condotti da don Luca Scolari, hanno aiutato i presenti a sintonizzarsi con il senso profondo di questa particolare esposizione intitolata Identità musive, che i monaci della comunità terminillese offrono quest’anno agli amici della montagna. Il primo con il parroco padre Mariano Pappalardo e la curatrice della mostra Letizia Rosati, il secondo con la coppia degli artisti che, incontratisi – lui siriano di Aleppo, lei veneta – alla Scuola Mosaicisti del Friuli hanno unito le loro vite nel matrimonio (coronato da pochissimo dalla nascita di una bimba) oltre che nel sodalizio professionale che li vede attivi nella gestione del loro laboratorio di coppia cimentandosi nelle particolari tecniche di arte mosaicale contemporanea (in questi primi giorni della mostra offrivano anche un “assaggio” delle lavorazioni ai visitatori).

A padre Mariano, che custodisce da ormai oltre vent’anni il tempio di San Francesco che per l’arte mosaicale (con la magnifica opera absidale e gli altri mosaici delle cappelle laterali) costituisce un gioiellino di arte novecentesca) il compito di illustrare come questa pratica abbia un valore “sacramentale”, nel senso di particolare richiamo al sacro: «L’arte musiva è sicuramente il connubio tra la forza fisica e la forza interiore ed è simbolo della vita stessa: non c’è esperienza di vita senza passare attraverso questi ideali forti, non c’è esperienza di vita che si possa costruire senza la fatica della realizzazione» e dunque l’arte musiva diventa un po’ il simbolo di questa fatica. Il titolo “Identità musive” dato alla mostra, ha detto il sacerdote, ci ricorda che «ogni uomo è un’identità musiva: è l’insieme di tanti piccoli frammenti, frammenti di storia, di relazioni, di esperienze, tutte utili e validi e hanno bisogno di essere tenute insieme: materiale prezioso, meno prezioso, momenti luminosi e belli, momenti più grigi. Lo spettacolo della vita esplode quando tutto si mette insieme. Guardare un mosaico e un po’ come dialogare con l’umanità: ogni tessera può ricordarsi una persona, una storia, una situazione, e messe insieme ci ricorda ciò che dal 1997 ad oggi abbiamo costruito». Anche la comunità guidata da dom Pappalardo sta «costruendo un mosaico, con un materiale umano: stiamo cercando di raccogliere insieme tanti frammenti di vita per dire che il Signore ha realizzato una grande opera d’arte».

Arte musiva come semplice “artigianato” o vera espressione artistica a tutti gli effetti? Per Letizia Rosati, storica dell’arte e docente (al suo secondo anno nella collaborazione con i monaci nella cura delle esposizioni estive collocate negli spazi parrocchiali), la risposta sta proprio nell’esperienza da cui provengono Laura e Mohamed, la scuola friulana a Spilimbergo, nata come un corso professionale per aiutare giovani a imparare un mestiere e poi cresciuta fino a divenire «una perla a livello nazionale, una fucina di talenti». Di sicuro, per la professoressa Rosati, ogni espressione dell’arte può essere «solo artigianato, anche alto artigianato, e qui è necessario trovare la chiave, la spinta propulsiva, lo scatto creativo che permette di fare della tecnica qualcosa di originale». E per questo il lavoro dei due coniugi mosaicisti è davvero talentuoso: «quando si pensa al mosaico si pensa a un qualcosa di tradizionale, dove la forza della materia comanda: ma loro ci hanno dimostrato che la materia si può curvare, adattare al nostro io», come dimostrano le opere esposte nella mostra terminillese dove le soluzioni più creative, con l’utilizzo di materiali impensati, possono generare risultati davvero emozionanti. Anche la storia di questa tecnica del mosaico ha avuto un iter altalenante, dall’età antica al Medioevo per poi sparire in età moderna e ritornare in epoca contemporanea, fino a divenire, ha spiegato Letizia, un materiale «molto adatto anche per arredamenti di interni importanti, si pensi alla metropolitana di Napoli: luoghi del vivere contemporaneo dove l’uomo si immerge nella velocità e nella contemplazione di un’opera che sprigiona luce riesce ad accettare il vortice della velocità in una dimensione più familiare».

Il tentativo, per il secondo anno, della comunità monastica di portare mosaicisti al Terminillo (già lo scorso anno esponeva Livio Savioli) si pone come obiettivo, ha spiegato padre Mariano, «incontrare persone, e incontrare persone che possono essere un dono, che hanno un’interiorità da mettere in gioco, soprattutto in un periodo come il nostro in cui la povertà umana è diventata un’emergenza, rischiando che l’uomo diventi meno uomo, perdendo anche il contatto con la bellezza»: un impoverimento rispetto al quale queste iniziative delle estati terminillesi vogliono tentare di fare del Terminillo «un luogo di incontro per persone “belle”» e anche «persone giovani, perché è importante dare ai giovani opportunità di venire alla ribalta, di mettere in evidenza i loro talenti». E la Rosati, che con i giovani ci lavora, ha evidenziato quanto «i giovani abbiano bisogno di sostanza e di bellezza», e quanto mai positivo è «intrecciare il lavoro di natura pastorale dei monaci con un discorso di formazione culturale permanente».

I due autori, nella seconda parte del “salottino” animato da don Luca, hanno condiviso con i presenti il valore del talento che si portano dentro. Descrivendo ciò che è per loro la materia: «qualcosa di prezioso da interpretare e far parlare», ha detto Laura; «un mezzo per esprimere un concetto; magari a volte un difetto della materia suggerisce un modo alternativo di metterla in luce, e questo ci agevola nel mosaico contemporaneo», composto di elementi singoli «che assumono significato solo nell’insieme». Facendo nascere opere che per un artista solo quasi un figlio: per Laura, divenuta mamma da soli cinque mesi, non si può certo dire che sia la stessa cosa, «però nell’ottica che anche la bimba non è nostra, ma dovrà prendere la sua strada, in questo senso anche le opere sono destinate ad “andare”». Un amore per l’arte che ha fatto incrociare il destino di Laura con il collega giunto dalla Siria, che qui in Italia, ha detto, ha trovato il suo mestiere finale dopo altre esperienze artigianali che aveva avviato ad Aleppo. E ha trovato anche una nuova dimensione spirituale nell’incontro, lui musulmano di nascita, con la cultura cristiana, pur non certo assente nella società siriana, che ha voluto esprimere con l’opera donata alla parrocchia del Terminillo: quel mosaico raffigurante una croce luminosa che in questi giorni accoglie i visitatori all’ingresso della mostra e che resterà come suo lascito alla struttura religiosa terminillese.

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