Benessere

Ansia da pandemia? Trovare equilibrio tra farmaci e volontà

Apprensione, agitazione, insonnia, calo del tono dell’umore: sono condizioni purtroppo frequenti nelle società occidentali. Disturbi che si sono accentuati e talvolta letteralmente esplosi con l’arrivo della pandemia

Apprensione, agitazione, insonnia, angoscia vera e propria, addirittura panico, calo del tono dell’umore: sono condizioni purtroppo frequenti nelle società occidentali, caratterizzate da ritmi frenetici di lavoro e da condizioni di vita con lo stress sempre in agguato. Disturbi che si sono accentuati – e talvolta sono letteralmente ‘esplosi’ – con l’arrivo della pandemia da coronavirus. Tra gli ‘effetti collaterali’ della diffusione del Covid-19 vi è infatti un aumento nella popolazione di un diffuso senso di ansia e di paura determinato dalla situazione di incertezza sanitaria che si sta attraversando e dalle conseguenze individuali, sociali ed economiche delle misure di contenimento messe in atto, a partire dal lockdown. Tale sensazione è in parte giustificata, molto più spesso invece costituisce una risposta esagerata ed eccessiva nei confronti della quale si cerca di intervenire soprattutto con rimedi di natura più farmacologica che psicologica.

La via dei farmaci può sembrare la più efficace e la più semplice per contenere questi disturbi. Nell’anno appena terminato l’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) ha confermato che è aumentata la vendita (e quindi il consumo) di ansiolitici e di antidepressivi. Questi psicofarmaci sono visti come un’ancora di salvezza nell’oceano di paura e di instabilità dell’umore determinato dal coronavirus. Un’esigenza percepita e prontamente intercettata dall’industria farmaceutica che, accanto alla tradizionale offerta di ansiolitici classici (i cosiddetti ‘tranquillanti chimici’, le benzodiazepine, per intenderci, una classe di farmaci efficace, ma che per l’acquisto necessita di una prescrizione con ricetta medica non ripetibile, per evitare assunzioni non controllate e abusi del loro consumo), ha messo in campo contro l’ansia e l’astenia psichica più semplici ‘farmaci da banco’ (che possono essere facilmente acquistati in farmacia senza la necessita della ricetta medica) realizzati solo con composti naturali, di norma principi attivi di origine vegetale.

Un business industriale in progressiva crescita, favorito anche dalla percezione nella popolazione che questi ‘farmaci naturali’ (quindi più ecologici) siano preferibili ai ‘farmaci chimici’. Un altro aspetto immediatamente compreso, utilizzato e finalizzato dall’industria, che valorizza e amplifica anche nella pubblicità questa idea pregiudiziale positiva che riguarda i farmaci verdi. Si tratta infatti di preparati fitoterapici e non di composti sintetici. Come ogni farmaco però presentano vantaggi e rischi. Decisamente scarsi i secondi – per non dire assenti – quelli legate alle molecole utilizzate (a meno che non vi sia un’allergia specifica a uno dei componenti), a differenza di quelli sintetici, che possono creare dipendenza se utilizzati male o troppo a lungo. Non per questo però gli ansiolitici naturali devono essere assunti con facilità in ogni occasione. Infatti, non solo talvolta hanno una minore efficacia terapeutica se il quadro sintomatologico è grave, ma possono rappresentare una scorciatoia apparentemente comoda nella gestione dell’ansia, in grado tuttavia di creare una forte dipendenza psicologica al ‘farmaco naturale’, che viene investito di un significato e di un valore superiore a quello reale. Le ‘pillole’ diventano così un alibi per evitare di affrontare con maggiore determinazione psicologica e più forza d’animo i problemi che non solo la pandemia ma anche la vita quotidiana pongono.

​L’isolamento in casa, la convivenza forzata e lo smart working durante il lockdown hanno spesso fatto emergere condizioni di instabilità latente e/o di squilibrio psicologico a livello personale e sovente anche sul piano relazionale, facendo emergere situazioni prima tenute sotto controllo. Se l’isolamento a domicilio viene vissuto come un’apparente ‘forzata carcerazione’, si scatenano pensieri negativi di ribellione e lo stress aumenta progressivamente, determinando situazioni di disagio (dalla semplice noia al più grave insorgere di un’ampia costellazione di disturbi psicosomatici) che sembrano risolvibili solo con il ricorso ai farmaci per ‘ricaricare’ la mente ed eliminare i disturbi fisici. Se invece che essere motivo di ‘pre-occupazione’, lo si considera come una vera ‘occupazione’ in grado di generare un’insperata opportunità che offre più tempo a nostra disposizione (per ascoltarci dentro, per riscoprire il senso della nostra vita, per dedicarci ai nostri hobbies e alle nostre passioni, per leggere e scrivere, per ascoltare musica o suonare uno strumento) allora non solo non servono gli ansiolitici per alleviare la pressione delle catene che ci imbrigliano in casa, ma anzi la nostra dimora diventa uno spazio che si dilata a dismisura e apre le porte al mondo. Ugualmente convivere più a lungo tra le mura domestiche consente di recuperare il valore della condivisione dei propri stati d’animo con i nostri familiari e di instaurare rapporti meno frettolosi con gli amici proprio grazie ai video-collegamenti, che possono avere questo positivo lato relazionale e anche ludico.

Più stressante, paradossalmente, può essere lo smart working, perché il telelavoro, in special modo quando una persona non è in grado di gestire adeguatamente l’autonomia lavorativa, diventa fonte notevole di ansia, di agitazione e di insonnia. Ciò deriva in parte dall’impossibilità di distaccarsi completamente dai compiti assegnati. C’è insomma il rischio di una operatività continua nella 24 ore: ci si sente sempre immersi nel lavoro, che non finisce mai. Inoltre, viene a mancare l’aspetto relazionale con i colleghi. Tutto ciò rischia di trasformare l’opportunità in un incubo, alterando fortemente la serenità personale. Un fenomeno analogo può avvenire anche per la didattica a distanza, una modalità che rischia di demotivare e deprimere lo studente, il quale non solo fa fatica a seguire e ad apprendere, ma si sente sempre più solo e isolato nonostante sia per molti versi più connesso di quando frequentava di persona la scuola. ​


Anche ‘pillole’ che non hanno rischi né effetti collaterali possono diventare un alibi per evitare di affrontare con maggiore determinazione psicologica e più forza d’animo i nostri problemi quotidiani Non va tuttavia demonizzato l’aiuto che certe sostanze possono dare nei casi in cui vi sia necessità di recuperare la serenità perdutatesto


In entrambi i casi, la capacità di ricorrere a risorse personali intrinseche può rappresentare una valida alternativa al farmaco per superare queste difficoltà. Ansia, paura, insonnia, agitazione, astenia psichica trovano quindi nella nostra capacità di risposta psicologica la prima arma terapeutica in grado di contrastare questi disturbi esistenziali. Certo non sempre si è in grado di mobilitare facilmente e rapidamente queste risposte psicologiche. Gli ansiolitici naturali (prima e più degli psicofarmaci chimici) possono darci una mano.

Rappresentano un aiuto a cui possiamo ricorrere talvolta (e sempre meglio con la supervisione di un medico), purché essi non diventino una via di fuga e un comodo rifugio per evitare di porci domande e di trovare soluzioni che solo la nostra mente, la nostra cultura e, per molti, anche la nostra fede possono e devono darci. Una via, quest’ultima, che è forse più faticosa inizialmente, ma che può darci la soddisfazione di avere superato ostacoli esistenziali con le nostre forze non paragonabile al più facile percorso farmacologico. Il quale, comunque, non va demonizzato, perché in taluni casi è il primo strumento che ci permette di ripristinare quelle condizioni minime da cui ripartire per il nostro viaggio di vita con una dotazione adeguata alle sfide che ci attendono.

da avvenire.it

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