Caritas

Anche la Caritas di Rieti al Migramed Meeting di Istanbul

A Istanbul si sono riuniti dal 2 al 4 ottobre oltre 100 delegati delle Caritas diocesane e del Mediterraneo: ha partecipato anche la Caritas diocesana di Rieti con tre delegati

Migramed Meeting è l’annuale incontro di Caritas Italiana con le Caritas europee e del bacino del Mediterraneo attive nel supporto, accoglienza e tutela a favore dei migranti e rifugiati. Migramed è un’occasione per riflettere e approfondire i temi legati alla mobilità umana ed è anche luogo in cui si stabiliscono linee d’azione congiunte per l’elaborazione di proposte in favore di politiche rispettose dei diritti umani da portare all’attenzione dei decisori politici nazionali ed europei.

Quest’anno Migramed si è tenuto ad Istanbul, nei giorni dal 2 al 4 ottobre e anche la Caritas diocesana di Rieti ha partecipato con tre delegati: don Fabrizio Borrello, Antonella Liorni e Francesca Dinelli. La scelta di svolgere i lavori in Turchia è stata motivata dal ruolo strategico che il Paese ha assunto in questi ultimi anni nello scenario internazionale ed europeo delle migrazioni, anche garantendo da anni l’accoglienza a milioni di profughi.

Negli ultimi anni la Turchia ha accolto 4 milioni di rifugiati e migranti, tra cui 3.370.000 siriani. E’ il Paese con il più alto numero di rifugiati al mondo. L’accordo del 2016 tra Ue e Turchia, messo in discussione in questi giorni, non ha però funzionato bene. Il principale ostacolo è la lentezza della burocrazia greca: solo 12.489 rifugiati siriani sono stati reinsediati in Europa (4.313 in Germania, 3.608 in Olanda, 1.401 in Francia e 1.200 in Francia). Solo 1.446 siriani sono Stati riportati in Turchia nel biennio 2016-2018. Sui 6 miliardi di euro promessi dall’Ue la Turchia pare ne abbia ricevuti solo la metà (le istituzioni Ue chiedono progetti affidabili), mentre le autorità turche dichiarano di aver speso per rifugiati migranti 40 miliardi di dollari in 8 anni.

Il focus del Migramed 2019 è stata la rotta orientale dei rifugiati e migranti.

Primo giorno

I lavori del primo giorno sono stati introdotti da Oliviero Forti di Caritas Italiana che ha illustrato quanto si sta facendo con i Corridoi Umanitari. A settembre 2015 Papa Francesco aveva invitato «ogni parrocchia, ogni comunità religiosa, ogni monastero, ogni santuario d’Europa, ad accogliere una famiglia di rifugiati». Questa chiamata ha avuto grande risonanza tra i gruppi di ispirazione cristiana, specialmente all’interno della comunità cattolica in Italia, sollecitando diverse parrocchie a impegnarsi, anche per la prima volta, nell’accoglienza e integrazione dei rifugiati. In questo contesto è nata in Italia la prima iniziativa di Community sponsorship: i Corridoi umanitari. Sotto la spinta della Chiesa Valdese e delle Comunità evangeliche in Italia, della Comunità di Sant’Egidio e della Conferenza Episcopale Italiana (attraverso Caritas Italiana e Fondazione Migrantes) si è ideato e strutturato un canale legale di ingresso con il duplice obiettivo di trasferire in sicurezza in Italia persone colpite dalla guerra e da conflitti e rifugiate in Libano, Etiopia, Giordania e Turchia e di dimostrare che la solidarietà e le alternative ai viaggi pericolosi verso l’Europa sono possibili.

Ad oggi sono 47 le Diocesi coinvolte in questa iniziativa e il progetto ha ottenuto il Premio Nansen 2019. Il Premio Nansen per i Rifugiati dell’UNCHR istituito nel 1954, dà riconoscimento a una straordinaria e comprovata azione umanitaria in favore di rifugiati, sfollati o apolidi. Attualmente il premio consiste in una medaglia commemorativa e in un premio in denaro del valore di 100.000 dollari. Il premio monetario viene utilizzato dal vincitore, in stretta concertazione con l’Unhcr, per finanziare un progetto che valorizzi il lavoro che già compie in favore delle persone sfollate.

Si è poi entrati nel vivo della conferenza con il tema: Il ruolo della Turchia nell’attuale panorama migratorio internazionale con gli interventi di mons Paul Russel – Nunzio apostolico in Turchia, mons. Paolo Bizzatti – Vicario Apostolico d’Anatolia e Presidente di Caritas Turchia, Fabrizio Paolilli – Console d’Italia ad Ankara e un rappresentante del Ministero dell’Interno turco, per poi continuare con i rappresentanti di UNHCR (Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), dell’OIM (Organizzazione Mondiale delle Migrazioni) e della Ong turca ASAM.

La Turchia ospita sul proprio territorio la maggior parte dei siriani rifugiati all’estero dopo il 2011. Oggi se ne contano ufficialmente più di 3,5 milioni, su un totale complessivo di 5,6 milioni di rifugiati siriani, che si aggiungono al mezzo milione di richiedenti asilo provenienti da altri paesi. Ciò fa della Turchia il primo paese al mondo per numero di rifugiati residenti sul proprio territorio. Dei siriani presenti in Turchia, la quasi totalità (il 95%) vive nei centri urbani e non nei campi profughi. Nella sola Istanbul vivono ormai circa 560.000 siriani, mentre si registrano addirittura casi, come quello della cittadina di Kilis, proprio al confine con la Siria, in cui i rifugiati siriani hanno ormai superato il numero dei residenti turchi.

Le problematiche che il governo turco deve superare per far fronte alla questione dei rifugiati siriani sono svariate e di diverso tipo. La presenza di così tanti profughi che cercano protezione sul proprio territorio richiede un notevole sforzo economico da parte dello stato ospitante, al punto che Ankara si è spesso rivolta anche all’estero per cercare supporto nella gestione di una crisi che non ha precedenti in quanto a dimensioni numeriche. Lo stesso accordo concluso nel marzo del 2016 con l’UE, volto al controllo dell’immigrazione illegale verso l’Europa, prevede un finanziamento di 3 miliardi di euro da parte delle istituzioni europee alla Turchia, proprio per la gestione dell’emergenza legata alla presenza dei rifugiati siriani nel paese. Dal punto di vista socio-economico, le due principali sfide della gestione e, possibilmente, dell’integrazione dei cittadini siriani in Turchia, riguardano l’accesso all’educazione e al mercato del lavoro.

Per quanto riguarda il primo aspetto, c’è da tenere in considerazione il fatto che, a differenza di altri paesi arabi dell’area mediorientale che ospitano rifugiati siriani, in Turchia queste persone si trovano di fronte alla barriera linguistica, in quanto non si parla l’arabo. Ciò rende più difficoltoso l’inserimento dei bambini nei programmi scolastici ordinari e, allo stesso tempo, richiede un investimento maggiore in termini di corsi di lingua per i siriani. Anche come conseguenza di tale gap linguistico, sono più di un terzo i bambini siriani attualmente residenti in Turchia che rimangono fuori dalle scuole e non hanno accesso all’istruzione. Il lavoro costituisce l’altro grande ostacolo. Da un lato, soprattutto a Istanbul, si registra una notevole attività imprenditoriale che in parte è stata anche incentivata dalle istituzioni e che ha portato alla creazione di centinaia di piccole e medie imprese gestite da siriani. Dall’altro lato, però, lo stato ha accordato fino ad adesso soltanto 20.000 permessi di lavoro per cittadini siriani e si calcola che siano almeno un milione e mezzo i siriani che lavorano nell’economia informale o sommersa. Quest’ultimo fattore costituisce anche un elemento di tensione tra la popolazione locale e le comunità siriane in Turchia. Nel paese, infatti, si calcola che in totale un terzo dei posti di lavoro siano proprio nel mercato dell’economia sommersa. Essendo questa meno regolata, è più facile che proprio in questo settore la forza lavoro siriana venga percepita come fortemente competitiva con quella locale, dal momento che costa meno, in quanto vi è una minore aspettativa di guadagno. È dunque in tale contesto che si crea la percezione dei siriani come “usurpatori” dei diritti dei locali. Quanto più tali dinamiche avvengono in contesti in cui vi sono settori di società già di per sé emarginate dallo stato (in quanto più povere o residenti nelle aree più periferiche del paese), tanto più tale senso di competizione si acuisce e rischia di generare dei conflitti sociali con ripercussioni potenzialmente drammatiche.

Il problema dei rapporti tra siriani e comunità locali è l’altra sfida che il governo turco si trova ad affrontare. Da un lato, infatti, le autorità turche sono alla ricerca di soluzioni e strategie di lungo termine che possano aiutare l’inserimento graduale dei cittadini siriani all’interno del tessuto socio-economico del paese. D’altro canto, però, le stesse istituzioni devono tenere in considerazione la percezione di parte della popolazione locale, che vede la presenza dei siriani in Turchia come un fardello troppo grande da poter essere sopportato sul lungo periodo, e che ritiene gli stessi rifugiati siriani responsabili della propria condizione socioeconomica critica e dell’aumento dei prezzi e della disoccupazione in generale all’interno del paese. Episodi di violenza e tensione che sono sfociati in scontri tra la popolazione locale e le comunità siriane hanno fino a oggi provocato in totale la morte di almeno 35 persone, di cui 24 siriani, con le tensioni maggiori che si registrano nelle aree periferiche dei grandi centri urbani. Sia nelle grandi città che nei centri più piccoli, un ostacolo ai progetti di inclusione e integrazione dei siriani è inoltre di tipo burocratico e nasce dalla struttura fortemente centralizzata dello stato turco. Molte attività come quelle del supporto sociale o dei corsi di lingua, infatti, potrebbero essere svolte sotto la direzione delle stesse municipalità, ma per legge tali istituzioni locali non possono fornire servizi di alcun tipo a persone che non siano cittadini turchi residenti in quel distretto. Ciò vuol dire che le istituzioni locali non hanno i fondi sufficienti, né a volte lo stesso mandato legale, per poter finanziare e portare avanti attività volte all’inserimento dei rifugiati all’interno della società. Anche questo è un aspetto che concorre alla difficile integrazione dei cittadini siriani in Turchia, che potrebbe essere parzialmente risolto tramite un processo di decentralizzazione dello stato, che però al momento non sembra essere una priorità del governo.

Secondo giorno

Il secondo giorno è stato affrontato il tema della “Rotta orientale” con il prof. Alessandro Quarenghi dell’Università Cattolica di Brescia che ha illustrato l’attuale situazione geopolitica del medio-oriente. Nella seconda parte della giornata sono invece intervenuti sul tema i rappresentanti di: Caritas Medio Oriente e Nord Africa (Caritas Iran, Iraq, Giordania, Cipro, Libano, Siria), Caritas Turchia, Caritas Grecia e Caritas Italiana/Balcani

Particolare attenzione è stata riservata alla situazione drammatica che sta vivendo la Grecia, in particolare a quello che da anni sta succedendo sull’isola di Lesbo. La testimonianza riportata dal documentario girato da Vito D’Ettorre – Giornalista Tv 2000 è stato molto toccante ed esauriente sulla situazione che si vive sull’isola. A Lesbo sono presenti 13.000 persone di cui 4000 bambini ospiti in un centro di detenzione che ne potrebbe contenere 3.000. Gli incidenti sono all’ordine del giorno e anche i suicidi, le persone vivono in 20 in un container avendo a disposizione 2m2 a testa, ci sono situazioni di malnutrizione come in Africa. Il dramma umanitario che si vive in questo campo non si vede in nessun altra parte del mondo. Prima del 2016 era solo un’isola di passaggio, i profughi, soprattutto afgani e siriani, arrivavano dalla Turchia in gommone, venivano registrati e ripartivano in traghetto per la Grecia e via via in Europa.

Nel 2019 sono arrivati 36.000 profughi e il sistema sta collassando. Con la chiusura della rotta mediterranea arrivano anche africani, che riescono ad arrivare in Turchia in aereo, ottenendo un visto, e poi proseguono in gommone verso la Grecia.

Se consideriamo gli arrivi su tutte le coste europee, tra il 1 gennaio e il 31 luglio 2019 sono arrivati via mare in Europa circa 45 mila migranti (nei primi sette mesi del 2018 furono circa 62 mila). La Grecia torna ad essere l’approdo più significativo, con 23,5 mila arrivi nel 2019, di cui 17 mila via mare e 6 mila via terra attraverso il delta del fiume Evros tra Turchia e Grecia. Arrivano soprattutto afghani (il 35% degli arrivi), siriani, iracheni e palestinesi che sfuggono alle maglie del controllo turco. Curioso l’arrivo di circa 1,5 mila persone dalla Repubblica Democratica del Congo, che si sono spostate dal cuore dell’Africa in Turchia per poi entrare in Grecia.

L’accordo tra l’Unione europea e la Turchia, entrato in vigore nel marzo del 2016 per contrastare il flusso di profughi in arrivo principalmente dalla Siria, ha portato alla nascita sulle isole di alcuni hotspot (centri di identificazione) nei quali le autorità greche ed europee – i funzionari dell’immigrazione greci o l’European asylum support office, Easo – devono intervistare le persone arrivate e stabilire se hanno diritto al riconoscimento dello status di rifugiato.

Secondo l’accordo – per il quale Bruxelles ha già versato ad Ankara 5,6 miliardi di euro – i migranti non possono partire dalle isole greche senza un nulla osta rilasciato dai centri di identificazione stessi. Nell’hotspot di Moria, il più grande, oggi vivono settemila persone. È diviso in due parti: una, più strutturata, è formata da container che ospitano separatamente donne, minori non accompagnati, uomini e famiglie; i prefabbricati sono circondati da mura, reti metalliche e filo spinato. Un fortino nel nulla, che si raggiunge lasciando la litoranea e percorrendo una salita tra gli ulivi, lontano dalla strada principale e dai negozi. Un’altra parte del campo, sempre gestita dalle autorità greche, è più informale e accoglie tutti quei profughi che ormai non entrano più nei container. È composta dai grandi tendoni dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) arrampicati sulla stessa collina. Solo una stradina separa i due campi, di fatto fusi grazie anche ai buchi nella rete metallica fatti dai profughi, che passano da una parte all’altra e li usano per uscire più rapidamente dalla struttura principale. All’inizio il campo formale era sbarrato, i profughi non potevano uscire. Ora l’affollamento e la situazione lo renderebbe, se chiuso, una bomba a orologeria. Nella parte informale c’è qualche bagno chimico, una fontana per l’acqua e basta. Alcune tende sono grandi, ma ci si vive anche in undici, dodici persone: con il caldo è impossibile starci dentro, molti stendono fuori delle stuoie e siedono all’aperto. Qui abita la maggior parte dei profughi: almeno quattromila, principalmente afgani, poi siriani, qualche iracheno e quelli arrivati più di recente, camerunesi, congolesi e nigeriani. Più della metà sono famiglie con figli, e si vede: i bambini sono ovunque, giocano tra la terra e gli alberi mentre le donne provano a cucinare qualcosa. Alcune hanno scavato i tradizionali forni sotto terra, dove cuociono il pane. Altre usano pentole elettriche allacciate ai fili della corrente che formano il soffitto del campo all’aria aperta. Con il caldo torrido e la precarietà delle strutture, il rischio incendio è dietro l’angolo. Tra le tende, anche alcuni piccoli orti da cui spuntano i primi pomodori. La situazione è cambiata dal 2015. Allora, e per un paio d’anni, la maggior parte dei profughi veniva dalla Siria. Ora in tutta Moria l’80 per cento sono afgani, famiglie intere o ragazzi fuggiti dai continui attentati e dai bombardamenti, che solo nei primi sei mesi del 2019 hanno ucciso almeno 1.250 civili. Secondo le Nazioni Unite più della metà delle vittime è morta in operazioni condotte dall’esercito regolare o dalla Nato, mentre “solo” 531 sono state uccise dai taliban.

La situazione lungo tutta la rotta balcanica non è migliore. In Serbia si trovano attualmente circa 4.500 migranti, dei quali solo una ventina intendono restare nel Paese balcanico. Si tratta di un numero di migranti praticamente invariato dall’agosto 2017. Nei centri di accoglienza sono ospitati circa 4.200 migranti. Fra essi vi sono famiglie che attendono, anche da un anno o due, di poter continuare legalmente il loro viaggio verso i Paesi Ue, mentre migranti singoli, per lo più giovani, si fermano in Serbia in genere due-tre settimane prima di trovare il modo di lasciare il Paese autonomamente mettendosi nelle mani dei trafficanti e pagando cifre che vanno da 1800 a 5000 euro. Alle frontiere, sono molto accurati i controlli da parte di poliziotti e doganieri per contrastare gli ingressi illegali. Nei primi cinque mesi dell’anno polizia e doganieri serbi hanno impedito a 700 migranti di attraversare illegalmente la frontiera in uscita dal Paese, principalmente verso Croazia e Ungheria, per continuare il viaggio verso l’Europa occidentale. Secondo i media, che citano la direzione generale delle dogane, è fortemente cresciuto il numero dei migranti che cercano di attraversare le frontiere balcaniche nascosti su camion e tir internazionali. Intanto le autorità dell’Ungheria hanno annunciato che fino alla fine di agosto 2019 mille militari dell’Esercito affiancheranno gli agenti di polizia in servizio alla frontiera con la Serbia. Nel mese di agosto 2019, l’UNHCR e i partner hanno intervistato 2.726 richiedenti asilo e migranti appena arrivati. Il 39% proveniva dal Pakistan, il 31% dall’Afghanistan, il 12% dal Bangladesh, il 6% dall’Iraq e il 2% ciascuno dalla Siria, Eritrea o Algeria. Il 77% era costituito da uomini adulti, 2% donne adulte e 21% bambini. Nel paese sono attivi 16 centri di asilo o di accoglienza / transito. Molti profughi, però, sono costretti a dormire all’aperto nella città di Belgrado o vicino al confine con Croazia, Ungheria o Bosnia ed Erzegovina.

Terzo giorno

L’ultimo giorno è stato dedicato al tema del dialogo interreligioso. Al tavolo erano invitati i diversi rappresentanti dei culti religiosi ma nessuno di loro si è presentato e questo già spiega la situazione che si vive: non esiste un dialogo tra diverse religioni. Padre Claudio Monge (ordine domenicano) ci spiega che in Turchia sono presenti circa 250.000/300.000 cristiani, divisi in tante comunità che non comunicano tra loro. La Turchia nel 1937 diventa una repubblica laica ma questo non significa divisione tra potere laico e religioso ma subordinazione della Chiesa/Moschea allo Stato. Si istituisce la Sovraintendenza religiosa la quale possiede maggiori strutture e risorse rispetto ad altri Ministeri.

In Turchia viene rispettata la libertà individuale di professare qualsiasi religione, ma non viene riconosciuta nessuna comunità, non vengono concessi permessi per costruire nuove Chiese o spazi aggregativi riservati alle diverse comunità. Cosa serve fare? Padre Claudio Monge ci dice che è molto importante incontrarsi, andare in Turchia e incontrare le comunità cattoliche locali in quanto occorre leggere dal di dentro le situazioni per capirle, occorre lavorare con le Ong turche, ci dice che servono in Turchia progetti di formazione residenziali per operatori Caritas e di sensibilizzazione ambientale, magari con Summer school dedicate ai giovani perché la collaborazione si deve iniziare a trovare su temi “laici”.

In conclusione: l’immigrazione, sia dei cosiddetti migranti economici, che dei rifugiati e dei richiedenti asilo, rappresenta oggigiorno una sfida non soltanto per i governi europei. Al contrario, gli stessi paesi di origine e transito sono coinvolti in prima persona nella gestione di un fenomeno che assume sempre di più le caratteristiche di una questione di portata internazionale. Se, da un lato, i paesi europei – soprattutto quelli che per la loro posizione geografica sono maggiormente esposti all’immigrazione tramite la rotta mediterranea: Italia, Spagna, Grecia e Malta – rivendicano una maggiore partecipazione degli altri stati membri dell’UE nella soluzione di quella che viene percepita come una crisi, dall’altro lato i governi della sponda meridionale e orientale del Mediterraneo si trovano ad affrontare problemi di gestione degli immigrati e dei rifugiati di portata ben più grande. Paesi come la Turchia, la Giordania e il Libano ospitano centinaia di migliaia di rifugiati siriani e, senza un adeguato sostegno da parte della comunità internazionale, rischiano di veder precipitare la situazione di sicurezza all’interno delle rispettive società, che mostrano segnali sempre più intransigenti verso la presenza di un così alto numero di rifugiati nel loro territorio.

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