Ambiente, proposte da Rieti: una nuova etica della finanza può salvare il clima

Rivoluzionare la finanza per passare ad un’economia sostenibile. Abolire i 5,3 trilioni di dollari di sussidi alle fonti fossili e convincere gli investitori a finanziare solo le imprese sostenibili. La cittadinanza attiva può guidare questo processo con il “voto col portafoglio”. Le analisi degli economisti intervenuti al XII Forum internazionale di giornalismo ambientale di Greenaccord

Salvare il Pianeta attraverso un modo nuovo, sostenibile e responsabile, di fare finanza. Un modello di giustizia climatica in grado di saldare il debito ecologico attraverso scelte economiche e di investimento che rompano definitivamente con i modelli fin qui applicati, che parta dal ruolo attivo dei cittadini chiamati a “votare col portafoglio”.

La proposta emerge dal confronto tra economisti intervenuti durante il XII Forum Internazionale dell’Informazione per la salvaguardia della Natura organizzato da Greenaccord a Rieti. Gli scenari offerti dai cambiamenti climatici ci obbligano a rivedere le regole dei mercati, favorendo nuove forme di economia a impatto zero, capaci di creare valore sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.

“Il 23% dei beni prodotti dalla nascita di Cristo ad oggi è stato prodotto dopo il 2000 e ciò dimostra l’esigenza urgente di passare ad un’economia circolare”, ha rivelato Leonardo Becchetti, docente dell’Università di Roma Tor Vergata e membro del CdA di Banca Etica. Come favorire un’economia sostenibile? Cancellando i 5,3 trilioni di dollari di sussidi che ancora oggi, ogni anno, arrivano alle fonti fossili, attivare politiche fiscali redistributive che premino chi ha comportamenti aziendali virtuosi sul fronte sociale e ambientale, favorire i meccanismi di quella parte di “cittadinanza attiva” che premia sul campo le imprese che creano sostenibilità. Il principio dell’azienda massimizzatrice di profitto, “che pone l’interesse degli azionisti al di sopra di tutto e tutti” deve lasciare il passo all’impresa socialmente e ambientalmente responsabile, ha spiegato l’economista, secondo cui “il nuovo modo di fare finanza deve abbattere anche l’altro totem dei mercati nazionali, quello del Pil che deve essere sostituito da nuovi indicatori di sviluppo, come il Bes (Benessere Equo e Solidale)”.

La finanza etica può guidare questo processo. Sono i dati a confermarlo: si tratta di “un settore che sta sfondando perché ha dimostrato che i fondi etici, che non investono in settori controversi e ambientalmente dannosi, hanno rendimenti non diversi da quelli normali e hanno le stesse aspettative di profitto per chi li utilizza. Banca Etica ha ad esempio raddoppiato, da uno a 2 miliardi di raccolta, il proprio patrimonio” conclude Becchetti. E Davide Dal Maso, Segretario Generale del Forum per la Finanza Sostenibile, associazione il cui obiettivo è quello di aumentare la massa degli asset investiti secondo criteri di responsabilità sociale e di accrescere l’efficacia di questa pratica sottolinea ai giornalisti presenti l’esigenza di diffondere una idea che spesso si dimentica: “la finanza è un’attività economica socialmente non neutrale”, che non può più rinviare la rivoluzione etica necessaria per salvare il Pianeta dai danni derivati dai cambiamenti climatici. In quest’ottica “il quadro europeo della comunità degli investitori è consapevole che il cambiamento climatico produrrà conseguenze drammatiche sul modello economico e quindi quello che prima veniva ritenuto un modo di agire consolidato non funzionerà più e occorrerà passare rapidamente all’azione”. Per Dal Maso la strada da perseguire è quella di promuovere gli investimenti etici anche perché dalla Conferenza sul Clima di Parigi “non ci possiamo aspettare risultati importanti, viste le resistenze di diversi governi e imprese”. Molto meglio “accrescere la consapevolezza dei grandi investitori sul ruolo attivo di condizionamento delle aziende” attraverso politiche di cittadinanza attiva legate al disinvestimento nei riguardi di quelle realtà che non promuovono politiche compatibili con i nuovi scenari, ha concluso l’economista.

Per vincere la sfida alle lobby dell’industria di combustibili fossili occorre però preparazione e capacità di sviluppare campagne di disinvestimento. È questa una delle attività principali portate avanti da Rebecca Newsome, del Fossil Free SOAS, University of London. “Il disinvestimento pubblico e privato in queste aziende non vuole colpire il loro capitale ma togliere loro la licenza politica e sociale ad agire”. Attualmente, ha ricordato Newsome,a “nel mondo ci sono oltre 500 istituzioni che hanno cancellato 2,6 trilioni di dollari investiti in queste aziende. È importante tenere alta la pressione sul tema del coinvolgimento attivo degli investitori per influenzare le scelte sostenibili delle imprese”.

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