Ricostruzione

Amatrice Terra Viva: agricoltura biologica per la ricostruzione

Un consorzio delle aziende agricole lancia il bio distretto Terra Viva. Alcuni prodotti sono già in commercio: grissinotto, il frollino mela e cannella, la birra Viva. Con la “festa della trebbiatura” si fa il punto sul lavoro svolto dagli agricoltori e si ragiona sul futuro

Domenica 28 luglio, sotto una pioggia battente, si è celebrata la messa in onore della Festa della Trebbiatura promossa dall’associazione Amatrice Terra Viva, che, a causa del maltempo, si è trovata costretta a rinviare i festeggiamenti finali.

La Festa, anticipata dal convegno di venerdì 26 luglio, in cui è stata presentata l’idea del Bio-Distretto, ha avuto ufficialmente inizio sabato 27 del mese con manifestazioni equestri, stand gastronomici e esibizioni musicali.

Con la rievocazione di una tecnica agricola così particolare, come quella della trebbiatura, l’associazione coglie l’occasione per sensibilizzare i manifestanti ad accogliere la visione di un modo innovativo di concepire l’agricoltura, del tutto ecosostenibile.

Rispettare la terra

Per capire meglio il progetto dell’associazione, il presidente Adelio Di Marco, supportato da Arianna Vulpiani, fondatrice dell’azienda agricola Bio Farm, spiega da dove nasce l’idea dell’associazione Amatrice Terra Viva: «l’idea nasce con Marco Santori che, pur abitando a Padova, ha radici amatriciane. Lui, con il gruppo Alce Nero, da sempre impegnato un’economia sostenibile e responsabile, dopo il terremoto è venuto a darci una mano non con regalie, ma con una vera e propria iniziativa. Si è pensato, infatti, di far seminare noi agricoltori per Alce Nero con grani non comuni, bensì antichi». Così, continua Di Marco, «hanno preso i semi idonei dalla mia azienda e li hanno dati alle altre aziende del posto, cominciando a costruire un piccolo gruppo che ha iniziato via via ad allargarsi, arrivando ad oggi ad inglobare quindici realtà agricole che sono in grado di coltivare quasi cento ettari di terreno».

Verso una filiera corta

L’obiettivo è quindi quello di creare un prodotto che, attraverso la filiera corta, si distingue per qualità e bontà. Il percorso non è stato di certo facile. Il presidente dichiara, infatti, che ci sono voluti tre anni per arrivare ai livelli odierni. Le avverse condizioni climatiche, i mezzi agricoli, la diffidenza degli agricoltori che difficilmente accettano la mentalità di aggregazione, non hanno di certo aiutato, ma, nonostante questo, la determinazione a provarci fino infondo è rimasta. In questo senso, un impulso importante lo danno gli agricoltori che hanno deciso di investire nelle proprie terre, legati ad esse da radici profonde.

Agricoltura al femminile

Una donna agricoltrice che invece ha deciso di spostarsi verso questi territori è Arianna Vulpiani, che illustra come lo sguardo dell’Associazione sia ormai rivolto a settembre, quando inizierà la vendita effettiva dei prodotti. «Siamo pronti – sostiene – per collocarci sul mercato con sei prodotti, tutti e solo biologici, di filiera corta». Due esempi della qualità di questi prodotto sono senz’altro la birra, e le patate, che, come spiega Arianna «sono state sfruttate per sperimentazioni culinarie importanti, come lo spaghetto di patata, fatto con le nostre patate e realizzabile solo con le nostre patate perché non hanno acqua e sono rigide».
La qualità di questi prodotti deriva indubbiamente da un lavoro svolto nel totale rispetto dell’ambiente. Arianna descrive come sia fondamentale operare in sinergia con la natura, «poiché se non la rispetti, domani non ti darà più niente. Il biologico – prosegue – per noi non è solamente un certificato, ma uno stile di vita. Rispettare la natura, gli animali e l’ambiente significa avere un’etica e significa non avere paura di mostrarla a tutti, facendosi controllare da un’organizzazione esterna. L’agricoltura biologica, infatti, è l’unica agricoltura che non si può auto-certificare ma deve esserci un organismo terzo che controlla sia la parte documentale che quello che si fa all’interno delle stalle e dei terreni con prelievi e analisi».

Una terra “biologica”

«La nostra zona – interviene il presidente Di Marco – è biologica di per sé. Qui le coltivazioni intensive non ci sono mai state e non ci possono essere perché si può fare un solo raccolto l’anno. Qui il terreno di inverno si riposa anche a causa delle condizioni climatiche e, per questo, i prodotti ci mettono molto più tempo. È un processo lento, che però, rende la qualità. Questo porta inevitabilmente ad avere poco raccolto, elemento che poco importa ai fini del commercio, perché, come sottolinea Arianna Vulpiani «noi vogliamo collocarci su una fascia di mercato che ci conosca, ci rispetti e rispetti la nostra agricoltura. Noi non siamo per tutti e non vogliamo tutti, vogliamo chi crede in noi e che ci vuole stare vicino».

Prospettive future

Riguardo alle prospettive future dell’Associazione, quella principale riguarda senz’altro il Bio-Distretto che, descive la Vulpiani «per noi è il sistema migliore perché, come abbiamo fatto fin’ora con quindici aziende, ci auspichiamo di diventare sempre più grandi ma vogliamo che tutto ciò sia regolamentato. La Regione Lazio – ricorda – ci ha aperto le porte, i comuni limitrofi hanno risposto bene, le associazioni di settore sono tutte pronte ad aiutarci per fare un reclutamento di aziende che sono al nostro livello o che vogliano entrare in un’agricoltura simile alla nostra, poiché, la paura è quella che i nostri prodotto non basteranno più, quindi è necessaria la creazione di un Bio-Distretto che certifichi sempre di più e che possa fare rispettare la terra».
Il Presidente Adelio di Marco conclude con un’immagine molto bella, ripresa dalla conferenza dello scorso venerdì, che lancia un messaggio di consapevolezza nei confronti del mestiere che lui stesso rappresenta e che mette in luce l’importanza di salvaguardare i territori in cui si lavora: «i contadini sono, sono sempre stati e saranno sempre i custodi dell’ambiente».

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