Amarcord per giornalisti: da Antonio Cipolloni un libro di memorie sulla stampa locale

L’ultima fatica editoriale del «decano dei giornalisti reatini» prova a fare la ricognizione delle origini del giornalismo reatino e guarda agli anni d’oro di una professione mai facile e oggi in trasformazione

Una lunga cavalcata che anni fa sarebbe avvenuta a dorso di una Lettera 22 cara a Indro Montanelli e ora invece, a cavalcioni di un computer, ed ecco il nuovo libro di Antonio Cipolloni fresco d’inchiostro, che racconta con molta passione e molto coraggio quasi un secolo di giornalismo reatino (La stampa a Rieti dal primo Novecento all’era web, presentazione venerdì 15 dicembre, ore 16.30, Palazzo d’Oltre Velino).

Mondo turbolento quello dei giornalisti e tuttora diviso per testate, quasi sanguigno e virulento, sempre in trincea a conquistare l’ultimo lettore e la notizia esclusiva per risvegliarsi al mattino e leggere sul tuo giornale che quella notizia ce l’hai soltanto tu e gli altri hanno preso il “buco”, restando invenduti in edicola. L’iperbole delle iperboli è quella che pretenderebbe che questo mondo fosse pacificato. Magari da un santo come Francesco di Sales, vescovo di Ginevra e dottore della Chiesa «che ricondusse alla comunione cattolica moltissimi fratelli da essa separati», che è il protettore dei cronisti.

Questa pace è impossibile da realizzare e senza chance che possa avvenire in seguito. Dunque, questo libro riguarda tutti noi, che in quelle pagine ci siamo insieme a tanti altri che hanno fatto cronaca ogni giorno, oppure ogni tanto, e che però sono scomparsi, in pensione o al cimitero, aprendo prima la città dell’umbilicus alle novità, poca cosa innanzi alle metropoli e a quelle di media proporzione ricche di accattivanti quotidiani, e perciò ritenuta non degna, almeno fino a dopo la metà dello scorso secolo, di avere un quotidiano tutto suo, scritto da reatini, stampato in una tipografia reatina, sostenuto da reatini, venduto da reatini.

Troppo minuta Rieti per le sue scarse dimensioni di numeri e di vendite, di ritorni economici e di entrate pubblicitarie. Quella di Tonino, che a «Il Messaggero» era indicato così perché cominciò per noi come corrispondente dal Terminillo dove allora villeggiavano Vittorio Gassman e Anna Maria Pierangeli, Arnaldo Forlani e il sindaco di Roma Clelio Dalida, e c’era la neve da novembre al giugno dell’anno ancora da venire, è la narrazione di uno che poi fece la sua strada fino e attraverso i rapporti che ebbe con «Il Tempo», la Rai e tante altre testate. Egli trova lo spunto e il gusto per ricordarci come eravamo e come il giornalismo si è modificato, dovendo affrontare oggi una delle sue ennesime crisi: la più difficile da risolvere, quella informatica e digitale che tenta di strangolare le edizioni su carta e privilegia le più rapide pagine che sono le testate online, facili da aggiornare minuto dopo minuto.

Nel libro i ricordi scorrono veloci come su uno schermo che li sfuma e li dissolve così rapidamente che non si fa in tempo a fissarli di nuovo nelle anse del nostro cervello. Tonino resuscita tanti affetti che personalmente non ho mai scordati. Il mio maestro Pietro Pileri, il popolare Pierpil che ritenevamo immarcescibile e invece fu pensionato e finì che ci lasciò anche lui; Peppino Rosati, il suo vice, tenero e apparentemente indifeso ma che alla telescrivente, ultimo strumento, il più aggiornato che ci diedero quelli del Select di via del Tritone dove regnarono Missiroli e ancora Italo Pietra, dove si stampa il più diffuso giornale di Roma, indossava la corazza di un guerriero dell’Outramer e con il suo lessico elegante affondava la sciabola del proprio scrivere nelle carni delle giunte comunali a guida socialista e democristiana. Sergio Cacciagrano con la passione per il ciclismo, per il calcio e per il basket, visitato ogni anno in redazione da Adolfo Leoni, il campione del mondo di casa, vincitore a Copenaghen, che si faceva accompagnare dalla bella moglie, la Maria Luisa Cioni, soprano alla Scala, morta l’anno scorso. E Dado Lombardi, il coach della Brina, che gli svelava i piani della partita domenicale a patto che giocasse una scopetta. Dado lo incantava a forza di chiacchiere toscane, gli rubava le carte sotto il naso. Sergio faceva finta di non accorgersene e il tosco sganciava i piani per battere le corazzate baschettistiche del Nord.

La stampa a Rieti dal primo novecento all’era web è un libro per gli appassionati di amarcord. I giornalisti degli anni di cui narra Cipolloni ormai fanno parte del coro degli angeli. La formazione celestiale non ha bisogno di acquisti, di tenori o baritoni. L’accesso è libero. Bisogna avere solo pazienza per accedervi. La spietata legge del tempo non ammette sosta. Tutto, anche i giornali e soprattutto i giornali, sono come i fiori e l’erba del campo. Al mattino sono rigogliosi e freschi. Ma a sera dello stesso giorno sono secchi e buoni solo per il fuoco.

Tonino è da poco il nuovo decano della stampa reatina, poltrona rimasta vuota dopo la morte due-tre anni fa di Ajmone Filiberto Milli e sulla quale nessuno vorrebbe mai sedersi. La successione – si pensi – è automatica. Senza manifestazioni, senza liturgie, senza gloria. Ma il decanato è titolo che pretende rispetto. La cronaca di un giornale vive fino a mezzogiorno. Da lì in poi si imposta quella del giorno dopo. Il compito oggi è passato ad altri. I più giovani. Tonino lo annota senza dispiacersene. Non è forse il nuovo decano?

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