Alzati, amica mia, perché l’inverno è passato!

Sono state celebrate nella chiesa di San Francesco Nuovo in Piazza Tevere le esequie di Livia Lestini, scomparsa a 15 anni

La musica, il basket, la scuola. La bellezza, certo. Un’altra qualità che non le mancava. Tanti erano i talenti di cui era dotata Livia Lestini ma uno, certamente, era il dono più grande che la vita e la fede le avevano fatto: la speranza. In lei questa virtù – che la Chiesa include fra quelle teologali, ovvero di diretta derivazione divina – risplendeva con un fulgore straordinario. Ed essa ha brillato nella sua vita e, forse ancor più, nella sua morte santa. In essa era avvolta quella bara candidamente bianca che, portata a spalla, è stata poi posta al centro di un’assemblea che, per via del numero straripante dei partecipanti e delle stringenti norme anti-covid, era stata per l’occasione allestita all’aperto, nel piccolo “anfiteatro” che fa introduce nei locali della chiesa di San Francesco Nuovo, a piazza Tevere.

Con lei lì al centro, l’altare eucaristico, come fosse un corpo unico con la giovanissima salma. Quasi a confermare le parole di san Giovanni Crisostomo, che nelle sue catechesi spiega le ragioni di tale “centralità”: «Questi – dice parlando di Gesù, da lui definito “il nostro Mosè” – tocca la mensa, percuote la mistica tavola fa sgorgare le fonti dello Spirito. Ecco il motivo per il quale la mensa è posta al centro, come una sorgente, perché i greggi accorrano da tutte le parti ad essa e si dissetino alle sue acqua salutari».

Sgorgava eccome, quell’acqua: da quella mensa. Da quella bara che nulla aveva di triste, di funebre, di disperante. E come dissetava! Le brevi parole di Attilio, il papà, accolgono un’assemblea piena zeppa di bellissimi giovani: le compagne del basket; quelli del catechismo, ma soprattutto i tanti studenti del liceo Varrone. Con compostezza, in silenzio, si trovano lì, in piedi, sul prato. Cercano riparo dal sole cocente della tarda ed inusuale estate reatina e, con loro, c’è un nugolo di palloni bianchi che fanno da emozionante “pendant” con la nuova dimora del piccolo corpo (ma solo di esso!) di Livia.

Ad essi, soprattutto, si rivolge il papà di Livia: «Comprendo che tanti sono addolorati, disperati, scandalizzati. Ma quella che ha concluso Livia non è la “vita vera” – dice con voce ferma – la vita vera è quella che Livia sperimenta ora, accanto alla mamma». Se in Livia brillava la speranza, in Attilio è sempre stata fulgida la fede: «Lampada ai nostri passi è la fede – dirà di lì a poco don Giovanni nella sua omelia – e nelle lunghe e dure notti della famiglia Lestini quella lampada non si è mai spenta».

Visibilmente e profondamente commosso, il celebrante, nonostante i suoi oltre cinquant’anni di sacerdozio: «Povero chi non si commuove! Sappiate che  la mia commozione, come la vostra, è un dono: a Dio non piacciono le persone dure di cuore». Bello e d’impatto, poi, il paragone dell’esperienza della morte con quella del parto: lo definisce uno “strappo”, il momento della nascita di una vita: «In tutti questi anni ho accompagnato e visto morire tanti giovani ed ogni volta, umanamente, sento lacerante questo “strappo”. Ma poi dal mio cuore nasce l’esultanza pasquale di Gesù risorto, le parole del preconio: lo splendore del Re ha vinto le tenebre! La morte è vinta!».

Poi, inevitabile, Livia: «Eri bella Livia, si. Bella! Da te la bellezza usciva come un fiume (proprio come dalla mensa eucaristica; n.d.r.). Il tuo spirito splendeva ed ogni volta che, dandoti la comunione, ti chiedevo “come stai?”, tu sempre rispondevi: “bene!”». La speranza, già. Accresciuta, invece che diminuita con il progredire della malattia. Così la ricordano i suoi compagni di post cresima al suo ultimo campo estivo, quello del 27,28 e 29 agosto scorsi: «pensavamo, come tanti, come tutti, che sarebbe cambiata, si sarebbe arrabbiata, chiuse in sé stessa. E invece era cambiata, ma non in negativo. Era ancora più sorridente e speranzosa di prima. La gioia di poter essere al campo, nonostante tutto, era indescrivibile, contagiando in modo straordinario coloro che le erano vicini». Bellissimo, infine, l’ultimo pensiero di don Giovanni: «Ora, ne sono certo, sei lì in cielo, con la tua mamma, Sonia e guardando giù le dici: vedi, mamma, quante persone ci amano? Ed aggiunge: preghiamo per loro ed inviamo la nostra benedizione». Il rito volge al termine. Don Giovanni apre una busta recapitatagli all’ultimo momento.

È una bellissima lettera che i suoi compagni di catechismo le hanno voluto scrivere: «Eri un’amica unica, speciale, Livia. Ci accoglievi sempre con i tuoi abbracci, quando ci vedevamo, ed ora ne avremmo davvero bisogno. Si dice che le persone, quando ci lasciano, continuano a vivere nei cuori e nei pensieri di coloro che ad esse volevano bene: cara Livia, tu sarai sempre nei nostri cuori ed in essi vivrai per sempre».

I giovanissimi liceali, terminate le esequie, si avvicinano. Sciolgono i tanti palloncini bianchi e se li distribuiscono, in silenzio. Alcuni ancora in lacrime, come tanti. Livia passa, in mezzo a loro, per l’ultima volta ed i palloncini prendono il volo, assumendo quasi la forma di un lungo, gioioso, quasi leggiadro velo bianco da sposa. «Una voce! Il mio diletto!»: risuona nell’aria l’esordio del bellissimo canto tratto dal Cantico dei Cantici. «Ora parla il mio diletto e mi dice: “Alzati, amica mia, mia bella, e vieni! Perché, ecco, l’inverno è passato”». Così prosegue la melodia. Eri pronta, Livia. Il tuo inverno, ormai, è passato.

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