Cultura

Alla ricerca del senso perduto

Un libro attiva neuroni e sinapsi, favorisce il circolo di endorfine che fanno il miracolo dell’accordo anima-corpo

Dobbiamo cercare di tenere l’ansia sotto controllo, soprattutto se non possiamo andare dai nostri cari, se abbiamo un familiare ricoverato, se siamo distrutti dopo turni pesanti di lavoro e di volontariato, se purtroppo piangiamo coloro che se ne sono andati a causa del male contro il quale stiamo combattendo e sul quale avremo la meglio. Lo dicevamo in un precedente nostro incontro virtuale: anche un libro può aiutarci. Lo può fare perché attiva neuroni e sinapsi, favorisce il circolo di endorfine che fanno il miracolo dell’accordo anima-corpo e rendono ognuno di noi capace di arricchire la psiche attraverso il contatto, anche visivo e acustico con le cose.

E di vedere il mondo con coraggio e altruismo. Il libro, originariamente, attraverso il papiro o la pergamena eredita miti, storie degli inizi, preghiere, magie, avventure da quei vagabondi che giravano di villaggio in villaggio, di fortezza in fortezza per narrare – o per cantare – in cambio di un po’ di cibo e di un giaciglio storie apprese da altri aedi. Omero, o chi per lui, anzi per loro, nasce così. L’abissale ricordo di un momento in cui confusamente le nostre azioni diventavano storia, una storia che aveva radici in un altrove raccontato dai miti. La Bibbia è anche questo. È la saldatura tra l’altrove, i primi passi dell’uomo con i suoi interrogativi, e quella che chiamiamo storia. Ecco perché anche nella letteratura moderna è presente talvolta l’allusione a un giardino, a un luogo nascosto nelle pieghe dello spazio-tempo: Esiodo come Dickinson, la Genesi come Chesterton, Jünger come Masters, Thoreau come Eliot, Whitman come Hӧlderlin conservano la lontana eco di una comunione perduta.

Il tempo inizia dalla fine di quella comunione e reca con sé un brusio confuso che talvolta ci porta al pessimismo su questa vita o alla constatazione della sua apparente incomprensibilità, come fa il Macbeth di Shakespeare, secondo il quale la vita non è altro che “una storia raccontata da un idiota, piena di rumore e furore, che non significa nulla”. Ma Shakespeare è grande proprio perché riesce a dare voce a tutti i tipi umani, al Macbeth vittima della sua stessa cupidigia ma anche al Prospero della Tempesta, che alla fine rinuncia alle magie – le illusioni della vita – per prepararsi all’incontro con di Dio. Eliot descrive la nausea (come Sarte e Camus) di una concezione solo fenomenica della vita nella Terra desolata per cantare la gioia del ritorno alla bellezza non solo fisica dell’immagine femminile incarnata nella Vergine, ancora una volta con il richiamo all’antico giardino nel Mercoledì delle Ceneri.

Dickens, invece di raccontare amene storielle d’amore alla buona borghesia di un’Inghilterra che aveva fondato la sua potenza sul lavoro minorile e sul colonialismo, scrisse dello sfruttamento dei ragazzini, della prostituzione, della miseria, per non permettere che quel dolore rimanesse senza testimonianza e senza ricordo. Ernst Jünger in “Sulle scogliere di marmo” narrò il suo allontanamento dal miraggio nazista attraverso la contrapposizione tra l’uomo che si allea con la natura, rispettandola, e quello che tenta di ostacolare quell’ordine antico e naturale con la violenza e la legge del più forte.

E come Edgar Lee Masters che nel silente dialogo con le anime di Spoon River racconta la persistenza dell’amore e dell’incontro con Dio anche nel dolore e nella pena. O come Hӧlderlin che nel suo peregrinare apparentemente senza senso cerca la memoria di un’antica comunione tra la divinità e gli uomini, sfidando alla fine la stessa razionalità illuministica. Narrazioni che ancora oggi ci danno il senso di una ricerca che coinvolge tutti gli aspetti umani, che non è mai terminata. Il libro parla di questa ricerca di senso e ci trasmette quel momento fatato in cui, talvolta, quel senso ci appare in tutta la sua antica bellezza.

Dal Sir

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