Africa: lo stereotipo del sottosviluppo è un retaggio del passato?

L’Africa continua ad essere lacerata da crisi di vario genere che vanno da quelle ormai croniche come quella somala o congolese, a quelle risorgenti come nel caso del Mozambico, del Sud Sudan o della Costa d’Avorio, per non parlare del malessere che attanaglia gli oromo in Etiopia o il terrorismo jihadista in Nigeria. Una buona notizia viene dal recente successo nella gestione della crisi elettorale gambiana. Ma il cammino è ancora lungo per affermare un vero riscatto del continente.

“Un ippopotamo galleggiante nelle paludi”. Con questa battuta colorita, nel lontano 1960, il premier britannico Harold Macmillan definì l’Africa al termine di un suo viaggio nel continente. Allora, soffiavano forti i venti di liberazione da parte di quei popoli ostaggio per secoli del colonialismo. In effetti, la metafora del grande pachiderma è quella che forse oggi più che mai esprime il mistero che avvolge l’Africa, in cui stanno avvenendo una serie di mutazioni che andrebbero esaminate. Anzitutto, mentre l’Europa invecchia, l’Africa è in controtendenza. Emblematiche sono le previsioni dell’Onu (Population Division) secondo cui, entro il 2030, il contributo del continente africano alla crescita numerica della forza lavoro globale supererà da solo quello di tutti gli altri continenti aggregati. Lo si evince dal cosiddetto “dependence index”, un indicatore che misura la percentuale delle persone di età inferiore ai 15 anni e superiore ai 64, rispetto alla fascia lavorativa.

Tra il 2030 e il 2050, nel mondo, la popolazione in età lavorativa continuerà ad aumentare solo grazie ai giovani africani, un dato, questo, sufficiente a smascherare l’anacronismo delle politiche europee attualmente in vigore sull’immigrazione.

D’altronde, tra i 25 Paesi con i tassi di fertilità più elevati a livello planetario, solo 2 non sono della regione subsahariana, dove il 43% della popolazione ha oggi meno di 14 anni. Tutto questo in un contesto economico, a livello continentale, che da circa un decennio ha visto il Pil africano crescere in modo significativo, anche se poi, proprio nel 2016, il basso prezzo delle commodity e la diminuzione del 30%, da parte della Cina, delle importazioni dall’Africa, hanno inciso negativamente rispetto ai trend del passato. Rimane il fatto che questo continente è sempre più al centro degli interessi delle grandi e medie potenze, come la Cina, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Francia, l’India, la Corea del Sud, il Giappone, la Turchia, Israele e anche l’Italia. Per quanto concerne il nostro Paese – è bene rammentarlo – l’Eni continua ad essere il primo operatore “oil & gas” in Africa, mentre l’Enel sta inserendosi sul mercato delle rinnovabili, vincendo gare a destra e a manca in Sudafrica, Kenya e Zambia.

A questo punto, la principale domanda cui provare a rispondere è se oggi, tra le grandi trasformazioni geo-politiche ed economiche in atto, l’immagine tradizionale dell’Africa in preda al sottosviluppo sia ormai solo uno stereotipo, retaggio del passato e completamente superato o se invece continui a rappresentare ancora una sintesi efficace dei suoi problemi.

Certamente alcuni cambiamenti sono avvenuti, ma non soddisfacenti, non foss’altro perché l’esclusione sociale rimane una diseguaglianza che, secondo la stessa Banca mondiale (Bm), “è a livelli inaccettabilmente alti e viene ridotta ad un passo inaccettabilmente lento”. Non è un caso se fenomeni come il land grabbing (accaparramento delle terre) da parte di imprese straniere e le regole del commercio internazionale penalizzino a dismisura i ceti meno abbienti. Se il modello di sviluppo attuale non sarà emendato, il mito del “big deal” sbandierato da certa stampa occidentale rischia di trasformarsi nell’incubo di un’ennesima versione riveduta e corretta del colonialismo d’un tempo.
Molto dipenderà dalla capacità delle leadership africane di affermare il sacrosanto diritto di cittadinanza e dunque maggiore partecipazione politica e affermazione del welfare. Sta di fatto che le oligarchie al potere sono purtroppo numerose e i governi locali hanno spesso carta bianca nel manipolare le legislazioni, la giurisprudenza e la comunicazione, con l’appoggio delle forze armate.

Ancora non è sorta in Africa una reale forma di bilanciamento dei poteri per cui chi è nella stanza dei bottoni è libero di fare il bello e il cattivo tempo.

E in questa cornice, l’Unione africana (Ua) non ha, ancora oggi, al suo interno, delle figure sufficientemente autorevoli in grado di segnare l’agognato “rinascimento africano” tanto caro al compianto Nelson Mandela. Col risultato che il nuovo presidente della Commissione dell’Ua, eletto pochi giorni fa ad Addis Abeba, è il Moussa Faki, ex ministro degli esteri del Ciad, un Paese, il suo, che certo non brilla quanto a democrazia. L’uscita poi di tre Paesi africani – Gambia, Burundi e Sudafrica – dalla Corte penale internazionale (Cpi) è un segnale preoccupante, anche se poi le ragioni meriterebbero una più attenta disamina. Sta di fatto che l’Africa continua ad essere lacerata da crisi di vario genere che vanno da quelle ormai croniche come quella somala o congolese, a quelle risorgenti come nel caso del Mozambico, del Sud Sudan o della Costa d’Avorio, per non parlare del malessere che attanaglia gli oromo in Etiopia o il terrorismo jihadista in Nigeria. Una buona notizia viene dal recente successo nella gestione della crisi elettorale gambiana. Ma il cammino è ancora lungo per affermare un vero riscatto del continente.

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