Accumoli e piccole imprese: la voglia di ripartire non si ferma davanti alle avversità

Dopo terremoto, aziende che ripartono. Un’imprenditrice di Accumoli: «Ad aiutarci sono state le associazioni del Terzo settore»

(di Mirko Giustini, «Avvenire / Lazio Sette») Non pensava al rischio sismico Sabrina Valeri, sposata e con figli, quando a maggio 2015 era riuscita ad aprire una bottega nella sua Accumoli. Invece le scosse avrebbero dato alla sua attività, così come alle vite e all’economia di un intero territorio, poco più di un anno di tempo.

L’intento di Sabrina allora, era valorizzare le potenzialità enogastronomiche della zona di Accumoli commerciandone i prodotti tipici. «Ma il mio negozio è andato completamente distrutto e la mia stessa abitazione è stata rasa al suolo – racconta oggi – Da allora, per la bottega ci hanno assegnato un container ma occorre adibirlo a locale commerciale. Di conseguenza siamo costretti a farci lavori per adattarlo. Senza contare i decreti del governo usciti ad agosto che ci hanno penalizzato: perché mentre nel periodo estivo l’Italia in genere si ferma per le ferie, per noi ad Accumoli è il punto più alto della stagione commerciale. Siamo riusciti comunque ad aprire in ottobre, ma le cose non sono facili».

Non volendo ricorrere a mutui o finanziamenti, la signora Valeri ha dato fondo ai suoi risparmi. «I lavori che dobbiamo fare vengono pagati per l’80% dall’Ufficio ricostruzione, mentre la Regione ha dichiarato di volersi far carico del restante 20%. Tuttavia ancora non è uscito nulla di ufficiale. Nel frattempo sta a noi pagare le imprese e l’imposta sul valore aggiunto sul materiale nuovo». La negoziante inoltre mette in luce anche presunte irregolarità nell’assegnazione delle Sae, le Soluzioni abitative di emergenza: «Non è stato tenuto conto di tante variabili – ha denunciato – Così una famiglia di 2 persone, proprietaria di una casa di 100 metri quadrati, si ritrova in uno spazio di 40 e senza un appoggio per le sue attività. Chi invece viveva in affitto e non aveva investito nulla, si ritrova in spazi di 60–80 metri quadrati. I requisiti per l’assegnazione sono infatti lo stato di famiglia e la residenza, ma ritengo che alcuni dati siano stati gonfiati. Per esempio, in alcuni documenti risulta che in una certa abitazione risiedano 4 o 5 persone, mentre in realtà sono solo due».

Una situazione non sempre trasparente, non solo in materia abitativa. Pur di non perdere la clientela e non far morire la sua attività appena nata, l’imprenditrice si è appoggiata a una grande azienda per continuare a confezionare e spedire kit di prodotti alimentari locali. Un’intraprendenza che l’avrebbe penalizzata. «Come tanti piccoli imprenditori non ho diritto ad alcuna esenzione – ha rivelato – Chi invece non ha aperto attività commerciali, chi non si è messo in gioco, può contare su contributi statali e comunali, oltre alla possibilità di usufruire di sgravi fiscali». Il risultato di questa situazione ha portato Sabrina Valeri a dire che «Progetti per il futuro in questo momento non ne ho, vivo alla giornata. E il futuro lo vedo nero». A fare la differenza, su un territorio ferito dagli indugi burocratici, che ancora continuano ad emergere dalle segnalazioni di cittadini e imprenditori, è il Terzo settore. «Solo le associazioni ci sono vicine – conclude Valeri – Loro e i tanti italiani che ci hanno consentito di continuare a lavorare».

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