Abbiamo ancora la piena autonomia delle nostre proprietà?

Il nostro ambiente è disseminato di tecnologie come mai prima: è l’Internet delle cose, che ci catapulta in una sorta di nuovo Medioevo.

Un interessante libro scritto da Joshua Fairfield, Professore alla Facoltà di Giurisprudenza della Washington and Lee University, e intitolato “Owned: proprietà, privacy e nuovo digiuno digitale” cerca di spiegare cosa implichi il fatto che il nostro ambiente sia disseminato di sensori e tecnologie come mai prima. E di come questa condizione, definita l’Internet delle cose, ci catapulti in una sorta di nuovo Medioevo dove siamo tutti servi della gleba digitali. L’ipotesi è che con i nuovi prodotti tecnologici contemporanei non abbiamo il diritto di controllare in piena autonomia la nostra proprietà. Il che vuol dire che non è realmente di nostra proprietà e che noi siamo solo servi della gleba digitali, che usiamo le cose che abbiamo acquistato e pagato secondo il capriccio del nostro “feudatario” digitale, che è il produttore dell’oggetto in questione.
Oggi, tutto ciò da cui siamo circondati, i nostri acquari, le televisioni intelligenti, i termostati domestici abilitati all’uso di Internet, i Fitbits e gli smartphone raccolgono costantemente informazioni su di noi e sul nostro ambiente. Queste informazioni sono preziose non solo per noi, ma anche per le persone che vogliono venderci cose. Essi fanno sì che i dispositivi abilitati via Internet siano programmati per essere avidi nel condividere informazioni.
Prendiamo l’esempio di Roomba, un aspirapolvere robotizzato. Dal 2015, i modelli di fascia alta hanno creato mappe delle case degli utenti, per navigare in modo più efficiente durante la pulizia. Ma come recentemente hanno riferito Reuters e Gizmodo, il produttore di Roomba, iRobot, potrebbe pianificare di condividere quelle mappe con i suoi partner commerciali.
Quanto tempo ci vorrà prima che ci rendiamo conto che stanno cercando di applicare le stesse regole alle nostre case intelligenti, alle televisioni, ai nostri salotti e camere da letto, ai bagni smart e alle autovetture controllate da internet?
Il problema del controllo della proprietà ha una lunga storia. Nel sistema feudale dell’Europa medievale, il re possedeva quasi tutto e i diritti di proprietà dipendevano dal rapporto con il re. I contadini vivevano su una terra concessa dal re a un signore locale e i lavoratori non avevano nemmeno i propri attrezzi per l’agricoltura o per altri mestieri come la carpenteria e la forgiatura dei metalli.
Nel corso dei secoli, le economie occidentali e i sistemi giuridici si sono evoluti in quello che è il nostro moderno accordo commerciale: le persone e le imprese private spesso acquistano e vendono oggetti loro stesse, e posseggono terreno, strumenti e altri oggetti. A parte alcune regole di governo fondamentali come la tutela dell’ambiente e la sanità pubblica, la proprietà non prevede nessuna limitazione.
Tuttavia, l’espansione dell’IoT sembra riportarci a qualcosa di simile a quel vecchio modello feudale, in cui le persone non possedevano gli oggetti che usavano ogni giorno. In questa versione del ventunesimo secolo le aziende utilizzano la legge sulla proprietà intellettuale, intesa a proteggere le idee, per controllare gli oggetti fisici che i consumatori ritengono di possedere.

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