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A Borbona si rinnova l’antica tradizione del Canto a Braccio

«L’importanza di tradizioni come questa è quella di creare un senso di comunità che unisce i territori» ha dichiarato il sindaco Maria Antonietta Di Gaspare sottolineando che nemmeno il fenomeno dello spopolamento sia riuscito a scalfire la purezza di questa antica tecnica

Si è appena concluso a Borbona un fine settimana importante e ricco di eventi legato allo svolgimento della quattordicesima edizione del Festival Regionale del Canto a Braccio.

«L’importanza di tradizioni come questa è quella di creare un senso di comunità che unisce i territori» ha dichiarato il sindaco Maria Antonietta Di Gaspare sottolineando che nemmeno il fenomeno dello spopolamento sia riuscito a scalfire la purezza di questa antica tecnica.

Tanti quindi i richiami al passato, ma altrettante le novità. Prima su tutte, la sinergia con Follie d’Estate che ha permesso ai poeti del Canto a Braccio di esibirsi, nella serata del 12 settembre, nelle terre aquilane presso l’EX. O.P. Collemaggio, dove si è parlato dei diritti delle persone affette da disturbi mentali.

Questo tema è stato reiterato il giorno successivo a Borbona, durante la prima parte della giornata inaugurale del festival, in cui si è presentato il simbolo che rappresenta la chiusura dei manicomi e porta con sé i sogni delle persone che in essi soffrivano: Marco Cavallo.

Lo psicologo Alessandro Sirolli ha spiegato che «fare salute non significa fare una diagnosi ma costruire una salita con e nella società, significa fare cultura e stare bene insieme e, in questo senso, il Canto a Braccio è fare salute». A questo stretto legame ha fatto riferimento anche Mario Reali che ha visto nei cantori gli elementi che possono favorire un cambiamento per i luoghi colpiti dal sisma. «Non si può andare avanti così nel cratere – ha affermato- e dall’esperienza di quello che è successo nei manicomi, si deve imparare a reagire e a lanciare sfide. Il linguaggio della poesia è il linguaggio dell’anima e ci dice cosa abbiamo perso per questo la cultura è alla base della rinascita».

Si entra così nel vivo dell’esibizione che, seconda novità, quest’anno si è aperta con il canto di cinque poetesse che, come dimostra l’opera di Achille Pinelli, rappresentano “l’altra metà del canto”. Introdotte dal poeta Paolo, Michela Benedetti, Daniela D’Ottavio, Marinella Marabissi, Irene Marconi e Manuela Marcantelli sono salite sul palco e hanno fin da subito intrattenuto il pubblico con delle ottave di saluto.

Sono poi iniziati i contrasti che hanno visto le poetesse sfidarsi a due a due sui più disparati temi: dal dialogo tra la nonna e la sua nipotina alla personificazione di elementi naturali come la scintilla e la goccia. Dunque, nessuna semplificazione per queste bravissime artiste che si sono anzi trovate ad affrontare delle ottave basate persino su alcuni ossimori.

Non potevano, tuttavia, non omaggiare l’ospite della serata, Marco Cavallo e così, hanno dedicato alcune ottave proprio al tema dell’importanza della cooperazione sociale volta al cambiamento in ambito psichiatrico. Infine, è stato aperto uno spazio anche al saluto dei poeti, che hanno omaggiato le signore congratulandosi con loro per la bravura dimostrata.

La giornata del 14 settembre è stata invece dedica alla presentazione del poemetto storico “La Battaglia Del Pian Perduto” e della raccolta di poesie “Che Te Se Possa Portà Via Lo Vento” alle quali è seguita l’esibizione dei poeti a braccio. Il pranzo di saluto della domenica e l’intervento della banda musicale di Borbona ha chiuso infine questa edizione del festival.

L’affetto e l’affluenza delle persone, sia adulte che giovani, dimostra davvero che tradizioni come questa siano rimaste radicate nel cuore della comunità che attraverso il passato si fa forte nei confronti del futuro.

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