62. “Evangelium Vitae”. Il Vangelo di Gesù è il Vangelo della vita

Il popolo di Gesù è il popolo della vita e per la vita. È un popolo di mandati, chiamati ad informare la cultura dei germi della verità evangelica. La nuova cultura della vita umana auspicata nella “Evangelium Vitae” di Papa Giovanni Paolo II.

Il documento che da numerose settimane stiamo approfondendo è un grandioso inno alla vita e alla sua promozione e difesa. È soprattutto una provocazione rivolta all’intera comunità umana e agli uomini di fede chiamati a informare la cultura con la quale interagiscono, e di cui sono portatori spesso inconsapevoli, di principi e valori ispirati alla comune responsabilità verso la persona e il suo inestimabile valore. «Siamo il popolo della vita», così si esprime Papa Giovanni Paolo II nell’ultimo capitolo dell’importante Enciclica del 1995.

«Siamo un popolo di mandati», così prosegue sviluppando l’idea dell’imperativa necessità di coniugare fede e vita, passando per la cultura. È su questo piano che ha senso l’indicazione più impegnativa, l’essere “per” e non solo “della vita”, rimanda ad un agire sostenuto da un essere, ad un fare ispirato dallo spirito, ad un piano concreto mai scisso dall’autentica elevazione morale che trova la sua massima espressione nel rapporto e nell’informarsi allo Spirito di Dio.

“Essere per la vita” è il concetto che con semplicità emerge dalla lettura appassionata ma non superficiale di questo quarto capitolo dell’Enciclica, una prospettiva contrapposta alla cultura della morte, dell’edonismo, della continua ricerca di conferme per il proprio narcisismo. Essere per la vita chiama in causa la vita degli altri prima ancora di quella personale, per questo è un modo di essere che vuole davvero prima di tutto “Essere”, non apparire, è a favore del confronto, pronto a cogliere i germi di verità che risiedono nella coscienza dell’altro. Tutto il contrario dell’apparire, della reiterata e irrefrenabile volontà dell’eliminazione dell’altro, quasi si mettesse in atto una sorta di coazione a ripetere che porta alla tranquillità e alla pace del proprio “essere”.

Per quanto confrontarsi con la morte renda la vita più autentica, per richiamare qualche tema caro alla filosofia dell’Esistenzialismo, ancora di più è autentica la vita che pone di fronte a se stessa il autore, Colui che gratuitamente la dona all’intero universo e prima di tutto all’uomo. “Essere per” viene declinato secondo la duplice prospettiva della responsabilità prima di quella del vanto. Così il Pontefice: «(…) essere al servizio della vita non è per noi un vanto, ma un dovere, che nasce dalla coscienza di essere “il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose” (1 Pt 2, 9). (…) l’impegno a servizio della vita grava su tutti e su ciascuno. È una responsabilità propriamente “ecclesiale”, che esige l’azione concertata e generosa di tutti i membri e di tutte le articolazioni della comunità cristiana. Il compito comunitario però non elimina né diminuisce la responsabilità della singola persona, alla quale è rivolto il comando del Signore a “ farsi prossimo” di ogni uomo: “Và e anche tu fà lo stesso”» (Lc 10, 37).

Il tema della vita è indissolubilmente legato alla figura di Gesù. Egli è il Verbo della vita, è via, verità e vita, in Lui la vita si è resa visibile nella sua forma completa, per mezzo di Lui «(…) anche la vita terrena di ciascuno acquista il suo senso pieno» (n. .80). Il mandato si esprime in tanti modi ma prima di tutto è necessario esplicarlo nelle «pieghe più recondite dell’intera società», all’insegna del valore sacro e inviolabile della vita per il quale diventa aberrante e inaccettabile l’aborto procurato e l’eutanasia. La vita di ciascuno trova il suo senso nell’amore ricevuto e donato, non a caso ogni uomo trova il senso della sua vita nell’ambito del rapporto con il Creatore, rapporto d’amore. «In questo amore anche la sofferenza e la morte hanno un senso e, pur permanendo il mistero che le avvolge, possono diventare eventi di salvezza» (n. 81).

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