61. Il messaggio cristiano sulla vita nella“Evangelium Vitae”

Parlare oggi di aborto significa toccare un tema molto dibattuto e fonte di apri confronti. L’Enciclica di Papa Wojtyla rappresenta un indubbio termine di confronto perché in essa sono delineati in modo chiaro gli orientamenti che il Magistero indica nell’ambito di questa delicatissima questione.

La chiarezza, nonché la prospettiva a cui il documento di riferisce, è espressa fin dalle prime battute, quando in esso si afferma che l’aborto è definito dallo stesso Concilio Vaticano II, delitto abominevole, al pari dell’infanticidio. Nonostante questa forte presa di posizione, oggi, continua il Papa, «(…) nella coscienza di molti, la percezione della sua gravità è andata progressivamente oscurandosi. L’accettazione dell’aborto nella mentalità, nel costume e nella stessa legge è segno eloquente di una pericolosissima crisi del senso morale, che diventa sempre più incapace di distinguere tra il bene e il male, persino quando è in gioco il diritto fondamentale alla vita» (n. 59).

La coscienza morale si scontra infatti con la tentazione di cedere a compromessi, giunge ad autoingannarsi, diventa ambigua, confondendo il bene in male e il male in bene. Un’ambiguità già evidente nell’uso di termini che non rendono conto di una indubbia realtà, interrompere la gravidanza è infatti un altro modo per dire che si sta procedendo all’uccisione deliberata e diretta di un essere umano nella sua iniziale fase di esistenza, quella compresa tra il concepimento e la nascita. Non è qualcos’altro, è proprio questo, fermare lo sviluppo dell’essere umano.

Chiamare le cose con il proprio nome può dare fastidio e spesso è un atto provocatorio, ma è anche un atto di chiarezza, e questa è sempre una caratteristica della verità. L’essere che si affaccia alla vita che viene soppresso è quanto di più indifeso e innocente possa esistere. È debole e inerme, non può esprimere nulla, neanche, dice il Papa, il pianto di un neonato. È un essere totalmente affidato alle cure e alle attenzioni degli esseri umani adulti, in particolare della madre, colei che lo porta nel proprio grembo e che, in alcuni casi, decide di abortire. Quali motivazioni, anche quelle più estreme, possono giustificare un aborto?

Condiviso che tale esperienza, molto spesso, è drammatica e dolorosa per la madre, ammesso che ci siano tante e profonde motivazioni per giungere a questa scelta, «(…) per quanto gravi e drammatiche, non possono mai giustificare la soppressione deliberata di un essere umano innocente» (n. 58). Il valore della vita non ha prezzo e soprattutto la sua qualità non può essere testata, giudicata, non ha un peso, non ha un’estensione, non è misurabile come se potesse esprimersi con parametri certi tanto da poter ragionevolmente favorire la sua soppressione o meno. La vita è vita e basta e lo è fin dalla fecondazione dell’ovulo, è dal quel momento che si inaugura una vita che inizia un proprio percorso, diverso da quello dei genitori. Se dovessimo quindi rispondere alla domanda, quando tale frutto del concepimento è reso “umano”, è davvero difficile pensare che si possa individuare con precisione un attimo, un giorno, una precisa tempistica in grado di dire che prima di un certo giorno non si parla di essere umano, dopo invece sì.

Per questo il Papa è lapidario: «(…) dal momento in cui l’ovulo è fecondato (…) non sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora» (n. 60). I contributi della scienza genetica vanno in questa direzione perché con la fecondazione siamo certi che una volta per tutte viene fissato un programma che apparterrà per sempre a quella vita e solo a quella vita così iniziata. Eppure, anche procedendo con un ragionamento logico minimalista, basterebbe la semplice probabilità di trovarsi di fronte ad un essere umano per capire quando sia poco opportuno procedere ad un aborto. La nostra fede va oltre il minimalismo intellettuale, ci spinge a guardare più in là, perché il vero e più profondo problema riguarda la presenza di un’anima spirituale.

L’uomo, ci ricorda la Scrittura, fin dal grembo materno, appartiene a Dio. Egli tutto scruta e conosce, forma e plasma l’uomo, «(…) lo vede mentre è ancora un piccolo embrione informe e in lui intravede l’adulto di domani i cui giorni sono contati e la cui vocazione è già scritta nel “libro della vita” (cf. Sal 139/138, 1.13-16). Anche lì, quando è ancora nel grembo materno, – come testimoniano numerosi testi biblici – l’uomo è il termine personalissimo dell’amorosa e paterna provvidenza di Dio» (n. 61). La Tradizione cristiana qualifica l’aborto come «disordine morale particolarmente grave» e ciò emerge fin dal confronto con la cultura greco–romana dove infanticidio e aborto erano frequenti.

Il Cristianesimo prende le distanze da una tale aberrante pratica, ogni uomo, in qualsiasi condizione di vita, è figlio di Dio, anche nei momenti iniziali della vita. A tal proposito il Papa ricorda Atenagora, scrittore ecclesiastico di area greca: «(…) i cristiani considerano come omicide le donne che fanno ricorso a medicine abortive, perché i bambini, anche se ancora nel seno della madre, “sono già l’oggetto delle cure della Provvidenza divina”». Anche Tertulliano viene citato dall’Enciclica, quando afferma che «È un omicidio anticipato impedire di nascere; poco importa che si sopprima l’anima già nata o che la si faccia scomparire nel nascere. È già un uomo colui che lo sarà».

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