59. “Evangelium Vitae”. La vita è sempre un bene

Nella riflessione di Papa Giovanni Paolo II sulla vita, nell’Enciclica “Evangelium Vitae” del marzo 1995, le parole forse più belle e cariche di significato, capaci di sintetizzare molti dei contenuti e delle prospettive che in il Papa indica, sono proprio le seguenti: “La vita è sempre un bene” (n. 34). Per capire l’affermazione, subito chiarisce il Pontefice, occorre mettersi dal punto di vista di sant’Ireneo: «l’uomo che vive è la gloria di Dio».

Per declinare e capire a fondo l’idea appena espressa occorre rifarsi ad alcune evidenze che l’Enciclica espone in modo chiaro e diretto. La vita dell’uomo è fondamentalmente diversa da quella di ogni altra creatura, se da una parte condivide con tutte le altre forme di vita che egli conosce la finitezza e la caducità dell’esistenza, dall’altra è segno e presenza di Dio nel mondo, «segno della sua presenza, orma della sua gloria» (cf. Gn 1, 26-27; Sal 8, 6). Se quindi da una parte guarda ad una dimensione trascendente e ultima, dall’altra l’uomo sperimenta il bisogno e la povertà del proprio essere. L’uomo, nella visione cristiana, è molto più di una sorta di “ipostasi” di Plotiniana memoria.

«All’uomo è donata un’altissima dignità, che ha le sue radici nell’intimo legame che lo unisce al suo Creatore: nell’uomo risplende un riflesso della stessa realtà di Dio». Il libro della Genesi a tal proposito è ricco di rifermenti, ed è interessante sia cogliere il processo che in esso viene presentato per cui dall’indistinto, potremmo dire dall’indefinito, si giunge all’inequivocabile identità dell’uomo, la creatura per la quale tutto il creato è ordinato, alla quale tutto il creato è sottomesso, che il suo assoluto primato sulle cose: «Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2, 15).

Il messaggio è inequivocabile per chi lo “vuol sentire”, il primato riguarda le cose e la responsabilità riguarda il creato, non si tratta di un primato su altri uomini, il soggiogare è infatti riferito alla terra, non alle popolazioni che in essa abiteranno. La vita quindi è sempre un bene quando la cornice di riferimento non implica il dominio dell’uomo sull’uomo, di una vita su un’altra vita. Riduttivo, nonché un’offesa all’intelligenza di chiunque, pensare alla vita solo ed esclusivamente come quella “standard”, quella magari definitiva e descritta da parametri statistici o sociologici. C’è, ovviamente, molto di più. È il legame con il Creatore che fa la differenza: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1, 26).

La vita che Dio offre all’uomo è un dono con cui Dio partecipa qualcosa di sé alla sua creatura. (n. 34). L’autore del Siracide, per continuare l’analisi di Giovanni Paolo II, approfondisce questo aspetto perché la ragione, il discernimento del bene e del male, nonché la volontà libera, sono ricondotti proprio allo stretto legame dell’uomo con Dio: «Li riempì di dottrina e d’intelligenza, e indicò loro anche il bene e il male» (Sir 17, 6). In fondo solo l’uomo è capace di porsi delle domande sulla sua origine, di riconoscere il suo Creatore e interpretare la sua vita come una realtà che può superare i vincoli dello spazio e del tempo, solo l’uomo sperimenta l’anelito verso qualcosa che va oltre la sua stessa esistenza e sperimenta il sentirsi chiamato ad unirsi a Dio.

Una sottolineatura in tal senso viene data dal Papa quando cita S. Agostino «(..) il nostro cuore è inquieto sino a quando non riposa in Te». Fin quando il riferimento dell’uomo è circoscritto al “vegetale” e all’“animale”, l’insoddisfazione non può essere calmierata. Occorre superare tali universi e gettarsi nell’universo dell’Altro, in esso esplode una chiara manifestazione dell’amore di Dio. È l’Altro che ogni uomo vede davanti sé, l’uomo per la donna, la donna per l’uomo, l’essere nel quale vive lo stesso spirito di Dio Creatore, l’essere capace di «(…) soddisfare l’esigenza di dialogo inter-personale che è così vitale per l’esistenza umana. Nell’altro, uomo o donna, si riflette Dio stesso, approdo definitivo e appagante di ogni persona» (n. 35).

Acquista quindi un senso profondo e attraente l’idea per cui l’uomo, fatto poco meno degli angeli, è la dimora di Dio, e, come direbbe S. Ambrogio, citato dal Papa nell’Enciclica, «In lui il Creatore trova il suo riposo» (n. 35). Non è un uomo qualsiasi quello di cui parla S. Ambrogio e le scritture citate, ma quello descritto dalle parole di Isaia: «O su chi riposerò, se non su chi è umile, tranquillo e teme le mie parole?» (Is 66, 1-2). La prospettiva si allarga ulteriormente nel seguito dell’Enciclica, perché si parla di qualsiasi uomo, anche quello che vive le più terribili situazioni di perdizione e sofferenza, perché ogni uomo può rintracciare il riflesso di Dio in sé stesso, per questo la vita è sempre un bene, “quell’uomo” è sempre infatti una creatura di Dio.

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