20. Organi della chiesa dell’ex convento di Santa Lucia a Rieti

L’organo di Giovanni Farina di Guardiagrele

Le clarisse di S. Lucia ebbero il loro primo organo nel 1572, dopo oltre tre secoli di storia, quando stavano ancora fuori città, nell’Isola di Voto de’ Santi, tra l’odierna Via dei Salici e Viale dello Sport. Il 20 giugno di quell’anno, infatti, Giovanni Farina di Guardiagrele (Chieti), «magister organorum», abitante all’Aquila, prometteva alle monache di S. Lucia di fare un organo con canne di quattro palmi e mezzo, quelle anteriori di stagno e le altre di piombo, con cinque registri, di portarlo a termine entro ottobre e di porlo in opera, tutto a sue spese, eccetto i legnami a altre cose necessarie. Prometteva ancora che, una volta terminato, l’organo sarebbe stato sottomesso al giudizio di cinque esperti. Costo dell’opera 66 scudi: 22 subito, 22 ad agosto e il resto alla consegna in ottobre. Le monache, inoltre, non potendo il Farina lavorare in convento per via della clausura, dovevano provvedere bestie da soma e uomini per trasportare lo strumento finito nella loro chiesa. L’atto fu rogato in S. Lucia da notar Valerio Sonanti, presenti don Alessandro Erilaco, canonico della cattedrale, don Giovanni Vincenzo Tosoni detto Moricheo, maestro della Cappella del duomo, suor Gregoria, badessa vicaria del monastero, suor Elisabetta, decana del medesimo, e don Salvato Volponi di San Giovanni Reatino, cappellano, economo e procuratore delle claustrali.

Stando al contratto riferito e alla mancanza in proposito di ogni documentazione successiva contraria ai patti (retrocessione del contratto e altro), è legittimo pensare che l’organo del Farina abbia superato la prova degli esperti e sia stato effettivamente installato nella chiesa del monastero.

Qualche anno dopo (1575), passate in città, nell’ex monastero ora sede della Biblioteca Comunale, le clarisse, con ogni probabilità, trasferirono nella nuova sede, insieme con tutta la suppellettile, anche l’organo, che certamente dovevano considerare uno strumento prezioso e quasi indispensabile per la loro chiesa. Tuttavia nelle carte d’archivio non se ne parla più fino al 1632, quando tra le spese del monastero si registra «per accomodare l’organo bai 50». Ma probabilmente l’organo del maestro di Guardiagrele era ormai così malconcio che le monache, qualche anno dopo, decisero di farne uno nuovo.

L’organo di Luca Neri di Leonessa

Si rivolsero per questo all’attivissimo organaro Luca Neri di Leonessa, impegnato in quegli anni nel reatino, con il quale stipularono regolare contratto, finora però non reperito. Nel 1638 il nuovo organo era al suo posto, incorniciato dalla bella cantoria di maestro Andrea Masini di Rieti, abile artigiano del legno. Di tutto questo ci informano le camerlenghe o econome del monastero in una Nota di tutta la spesa fatta per lo organo novo fatto nella nostra chiesa di santa Lucia del mese de Xmbre 1638, nella quale si legge:

«Imprimis a mastro Luca [Neri] organista per lo organo conforme all’istrumento scudi novanta moneta et anco datoli l’organo vecchio, scudi 90. Item al sudetto mastro Luca per recognitione et mancia scudi dodici, scudi 12. A mastro Andrea Vasino per fattura di tutto l’ornamento dentro et fora con le porte della sacristia scudi sesanta dui, scudi 62. Per li tavoloni che si ritrovavano in convento stimati scudi diece, scudi 10. Per tutte tavole et tutti chiodi come anco tutte altre cose necessarie per finir l’ornamento in tutto scudi vinti dui, scudi 22. In tutto sono scudi 196».

Che si tratti di Luca Neri di Leonessa non vi è dubbio: all’epoca nessun altro organaro di questo nome operava a Rieti. Alla spesa contribuì suor Chelidonia Vecchiarelli, la quale, «quando fu fatto l’organo», diede «per sua cortesia scudi quaranta»; altri 25 furono tratti dall’eredità di suor Teodora Bosi. Dell’organo le religiose facevano grande uso, in particolare nelle principali ricorrenze liturgiche, nelle feste interne e in occasione di vestizioni e professioni, soprattutto di ragazze della nobiltà cittadina. In tali circostanze all’organo si affiancavano altri strumenti, come violini e violone (spesso insieme due violini e un violone), liuto e arciliuto e talvolta anche la tromba marina e l’oboe. In alcuni periodi (1670-73 ecc.) a suonare e cantare era la Cappella del duomo con il suo maestro. A volte la musica era richiesta da privati, come nel 1666, quando la marchesa Canali, per solennizzare l’ingresso in monastero di due figlie, volle «musici forestieri» e «doi musici di Riete».

All’organo nel 1665 troviamo padre Antonio Tomarozzi, che sarà in seguito organista e vice maestro nella Cappella della cattedrale.

Di pari passo con la musica andava la cura per il nuovo strumento del Neri. Infatti, dal 1638 in avanti l’organo viene abbellito e restaurato. Negli anni 1649-50 suor Innocenza Buccioni spende del suo «scudi venti per indorare l’organo» (naturalmente la cassa). Di un ulteriore indoratura – o rindoratura – si parla nel 1759, quando suor Lucia Blasi, conversa, spende ben 55 scudi appunto «per indoratura de l’organi» (ossia cassa e cantoria).

I restauri non si contano. Un primo intervento si ha già nel 1638, un successivo nel 1658; nel 1669 vengono risarciti i mantici, nel 1693 è la volta dell’aspo dell’organo, che viene rifatto, e della ripulitura delle canne, inoltre si fanno i regoli alla cassa e un telo di protezione. Una dozzina di anni più tardi (1706), dopo due interventi riparatori di un anonimo artigiano, l’organo «è ingrandito» (nel senso – pare di capire – che gli si dà più ampio e decoroso spazio) con l’intervento di muratore, falegname e indoratore. Ma appena un anno dopo, si torna a «racchomodar l’organo», il «pesile dell’organo», l’ornamento e «il cornicione di esso ornamento a fine che non possino entrare sorci», che spesso, come ampiamente documentato, erano una vera calamità per le parti in pelle dello strumento. Due anni dopo altro guasto e altro intervento.

Nel 1717, in occasione dell’ammodernamento dell’altare di S. Lucia, alcune monache, che vollero restare anonime, fecero fare a proprie spese (74 scudi) «l’adornamento di stucchi sopra l’organo» e «la macchina per l’esposizione del SS.mo Sacramento», impegnando un intagliatore, un pittore, un falegname e un indoratore. L’organo viene accomodato ancora nel 1721 da un «organaro forestiero» e di nuovo nel 1728. Otto anni dopo vengono rinnovati canne e mantici e risarcita la tela di protezione. Altro intervento nel 1776. L’anno seguente l’organo di S. Lucia viene così descritto in inventario di curia:

«Nel vaso di detta chiesa vi è l’organo, incastrato al muro, di 4registri, con suo ornamento al di fuori di legno dorato ad’oro buono, e suo guarnimento in ottimo stato, il palco di legno scorniciato, colorito color di perle e cornice dorate ad’oro buono,in ottimo stato,ricoperto il tutto di tela gialla da capo a fonno per custodia della polvere, Al palco dell’organo si accedeva attraverso una scaletta da una porticina in basso».

Dopo l’ennesimo intervento (1780) di un organaro anonimo, nel 1789 fa capolino dai registri un quasi anonimo «signor Damaso organaro» – il quale altri non è che il già noto Damaso Fedri o Fedeli, per molti anni residente e operante a Rieti -, pagato il 15 dicembre di quell’anno «per aver accomodato e ripolito l’organo». Non sappiamo se sia stato lo stesso Damaso nel 1796 a «raccomodare ed accordare l’organo», che ormai doveva essere proprio allo stremo. Negli anni travagliati che seguirono, per i noti sconvolgimenti politici, l’organo fu lasciato in completo abbandono. A quel punto rimettervi mano non valeva la pena.

L’organo di Olderano Spada di Terni

Così, passata la bufera dell’invasione francese e della Repubblica Romana (1798-99), non che la temporanea soppressione del 1810, le clarisse di S. Lucia, tornate lentamente alla normalità della vita claustrale, decisero di fare un organo nuovo. L’opera fu commissionata alla ditta del conte Olderano Spada di Terni per la somma di 230 ducati, più l’organo vecchio.

Il nuovo strumento fu trasportato a Rieti con due carretti e installato al suo posto nel 1827 da tre artigiani venuti appositamente da Terni, che vi lavorarono per 18 giorni. Da Terni venne pure, per lo stesso motivo, un abile falegname. Sul posto era stata preparata la nuova cassa ad opera di un falegname e di un fabbro reatini. A conclusione della messa in opera, giunse dalla predetta città il figlio del conte per accordare lo strumento (1828).

Ma non era passato ancora un anno e già l’organo aveva bisogno di essere riparato e di nuovo accordato. Spada lo ripara di nuovo nel 1832, lo accorda ancora nel ’38 e lo accomoda ancora nel 1847. Dopo questa data, il silenzio.

Di lì a non molti anni, chiesa, convento, beni e suppellettili furono travolti dalla soppressione e desolati dal conseguente abbandono. L’organo della ditta Spada ricompare nel 1889, quando il Comune di Rieti delibera di acquistarlo «per insegnare canto corale agli alunni delle scuole elementari», sotto la guida del maestro Davide Marcucci. Ma probabilmente l’organo rimase al suo posto. La chiesa di S. Lucia, dopo circa quarant’anni di chiusura, fu restaurata e riaperta al culto nel 1924. L’organo dello Spada riebbe voce nella chiesa del cimitero cittadino, dove ora giace abbandonato e muto.

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