18 aprile 1948: la vittoria della Dc e i giovani cattolici reatini

Il 18 aprile di 70 anni la vittoria della democrazia sul comunismo. La Chiesa reatina vi contribuì attraverso i Comitati Civici di Gedda accolti dal vescovo mons. Benigno Migliorini e la Gioventù di Azione Cattolica maschile. Le migliaia di schede con la testa di Giuseppe Garibaldi evocate e sperate da Lionello Matteucci. I giovani reatini in corteo sotto le finestre dell'Unità e del Bottegone cantando il Christus vincit.

Il 18 aprile di 70 anni la vittoria della democrazia sul comunismo. La Chiesa reatina vi contribuì attraverso i Comitati Civici di Gedda accolti dal vescovo monsignor Benigno Migliorini e la Gioventù di Azione Cattolica maschile. Le migliaia di schede con la testa di Giuseppe Garibaldi evocate e sperate da Lionello Matteucci. I giovani reatini in corteo sotto le finestre dell’Unità e del Bottegone cantando il Christus vincit.

«Prevalse, invece, ancora una volta, il buon senso. E lo stesso buon senso prevalse dopo le elezioni del 18 aprile 1948, quando Palmiro Togliatti e Pietro Nenni accettarono la sconfitta».

A scriverlo è Sergio Romano nella premessa della nuovissima edizione della Storia d’Italia di Indro Montanelli e di Mario Cervi in L’Italia della Repubblica – Bur Rizzoli, Corriere della Sera, di nuovo in edicola a distanza di 25 anni dalla prima volta.

Andammo a Roma noi dell’Associazione Aquile d’Argento della Parrocchia S. Francesco di cui parroco era don Lino de Sanctis, a festeggiare la vittoria della Democrazia cristiana e dei partiti democratici e lo scampato pericolo corso dalla Chiesa se avessero vinto i socialcomunisti del Fronte popolare.

Per l’occasione Domenico Rosati, padre di Bebè, professore di lettere e poi preside della scuola media Dante Alighieri, ci confezionò dei cappotti con le coperte degli americani distribuite ai poveri dalla Pontificia Opera di Assistenza. Ci distingueva un basco verde ed un distintivo. Una foto scattata all’interno del porticato dell’ex manicomio di San Francesco ci mostra elegantissimi prima della partenza per la Capitale.

Andammo a Roma cogliendo l’occasione della celebrazione dell’Ottantesimo anno di fondazione della Gioventù cattolica maschile. La Chiesa di Pio XII e di Mons. Benigno Luciano Migliorini, frate francescano dei minori, vescovo di Rieti, in verità voleva ottenere il riconoscimento del ruolo da essa recitato nella grande battaglia della libertà che secondo tutti gli storici era stato determinante, attraverso le manifestazioni che erano state programmate per quell’anniversario.

«Domenica – tuonò parlando dal balcone del Municipio, lo stesso da cui aveva pronunciato il suo discorso ai reatini 24 anni prima Benito Mussolini, il socialista Lionello Matteucci, candidato alla Camera dei Deputati nelle liste del Fronte Democratico Popolare assieme ad Elettra Pollastrini la sera di venerdì 16 aprile del 1948 – depositerete nelle urne così, come in tutta Italia, la vostra scheda con il simbolo e la testa di Giuseppe Garibaldi insieme alle altre migliaia e migliaia. Correte numerosi perché saremo noi a vincere».

Sotto il balcone c’era una folla che aveva riempito la piazza e si spellava le mani e rumoreggiava. La Piana socialista si era svuotata per accorrere al comizio. Dalla Bassa Sabina erano giunti con ogni mezzo. Dal Cicolano erano discesi boscaioli, carbonari e pastori. Dai rioni popolari erano saliti gli operai dello zuccherificio e della Supertessile. Dall’ex – manicomio gli sfollati che volevano una casa. E gli operai dell’ORLA che avevano perduto il lavoro a causa della seconda guerra perché non c’era più bisogno di fabbricare aeroplani.

Che il Fronte Popolare socialcomunista avrebbe vinto era una sensazione ed un pronostico di tutti. A cominciare dai grandi giornali che immaginavano un risultato favorevole alle liste di Togliatti e di Nenni. Non era epoca di sondaggi, allora. Si andava a naso. Lionello Matteucci era anche sindaco.

Si sentiva sostenuto e benvoluto. Quindi avrebbe vinto. Vinse nella circoscrizione Perugia – Terni – Rieti e fu eletto. Ma in tutta Italia il Fronte portò a casa un flop storico: DC 12.740.042 e 305 seggi; Fronte popolare 8.136.637 e 183 seggi. A Rieti andò peggio: DC 50.580 voti, il 50,57%; Fronte democratico popolare voti 28.888 pari al 28,89%. L’onorevole Ivo Coccia, democristiano, eletto anche lui insieme all’avvocato Marzio Bernardinetti, avrebbe concluso sintetizzando: «Una debacle rossa! Una debacle rossa!».

Nel ’48 noi dell’Azione Cattolica avevamo aderito all’invito del Papa e c’eravamo schierati nella battaglia democratica del 18 aprile pur se giovanissimi attraverso i Comitati Civici di Gedda di cui una sezione funzionava a Palazzo Vecchiarelli casa di don Emidio e don Lino de Sanctis, il primo vicario generale di Migliorini.

Tra mille attacchi e polemiche, Pacelli aveva inaugurato una linea di fermezza e di saggezza che il magistero avrebbe man mano aggiornato alle varie situazioni sociali e politiche dell’Italia, fino ai giorni nostri e che il vescovo reatino aveva sposato in pieno sostenuto dal suo presbiterio.
In quell’anno ci fu, dopo il 18 aprile, il famoso raduno nazionale della Gioventù cattolica maschile. Con il basco verde in testa, in trecentomila, eravamo giunti a Roma da tutta Italia e prima di mezzanotte avevamo attraversato la capitale suddivisi in quattro cortei per stare a San Pietro quando il Papa avrebbe celebrata l’Eucarestia tutta per noi.

Eravamo passati sotto le sedi dell’Unità e di Paese Sera ed in via delle Botteghe Oscure. Le finestre del Bottegone del Pci erano illuminate. Cantammo più volte il Christus vincit, Christus regnat, Christus ímperat. E a seguire a gran voce e in coro: “et portae inferi non praevalebunt, non prevalebunt”. C’erano stati momenti di tensione, ma non accadde nulla. Ognuno di noi aveva in mano una fiaccola accesa.

Cantavamo per la vittoria della Chiesa, per il mondo occidentale, per noi e per gran parte del popolo e per la DC. Il 18 aprile fu per tutti e fu bene concepirla così, semplicemente la vittoria della democrazia.

Per quello che si diceva allora del comunismo e per ciò che si è appreso dopo, specie per gli eventi del ’56 e del 1989, la caduta del muro di Berlino ed il disfacimento dell’Urss, quel 18 aprile doveva rappresentare una data storica per l’Italia e l’Europa. Qualcuno la paragonò alla battaglia di Lepanto. Altri alla vittoria di Eugenio di Savoia contro i musulmani sotto le mura di Vienna.

Quando dalla Loggia delle Benedizioni Pio XII allargò le braccia a forma di croce, la sua figura bianca e ieratica si stagliò alla luce della luna. Sulla piazza discese un silenzio rotto soltanto dagli scrosci delle due fontane che vi sono al centro, il cui rumore divenne percettibile da ogni angolo dell’immenso catino. Era una notte tutta romana, piena di profumi e di gioventù felice. In trecentomila ci inginocchiammo. Le braccia allargate, nel segno di voler stringere il mondo a sé: era, quello, un gesto del Papa che già conoscevamo. Fu allora che ci benedisse.

Nel luglio del ’43 il cineluce aveva diffuso nelle sale cinematografiche l’immagine di Pio XII che si recava in S. Lorenzo a bordo di una Topolino, nel quartiere dilaniato dal bombardamento alleato di Roma, con la folla che gli si stringeva attorno e lui che metteva le braccia nel segno di croce, il volto afflitto, scavato, sofferente ad implorare la clemenza di Dio e la veste bianca sporca di sangue.

La vittoria del 18 aprile accelerò l’ingresso dei giovani cattolici in politica. Da ammonimento fungeva ciò che era accaduto in Spagna meno di dieci anni prima, nel 1936, con la guerra civile che aveva registrato atrocità senza pari contro la Chiesa, i vescovi, i sacerdoti, le religiose, i fedeli. Il timore era che si verificasse anche in Italia e non era di poco conto. Anzi, si paventava che se avesse vinto il Fronte, avvenisse davvero.

Ciò che era accaduto in Emilia e Romagna, nel triangolo della morte, e in altre parti d’Italia con la fucilazione di tanti sacerdoti e moltissimi cattolici da parte dei comunisti dopo il ’45 e la fine della seconda guerra, aveva posto la Chiesa a temerlo questo comunismo di stampo bolscevico. Perciò anche noi ragazzi fummo mobilitati dal parroco. Facemmo comizi, così come veniva. Attaccammo manifesti. Inondammo di archi con scudi crociati tutta via Roma. Andammo casa per casa a lasciare inviti ed a parlare e ad illustrare come si doveva votare.

La Chiesa in Italia aveva sperimentato le idee di Giuseppe Toniolo e le aveva diffuse. Il sociologo cattolico propugnava di costituire una società solidale e cooperativa sull’idea medievale rivisitata. La finanza doveva essere strumentale all’economia reale e non doveva mai ridursi a mero mezzo di arricchimento a vantaggio dei pochi percettori di rendita come s’era fatto fino a ieri scavando fossati tra la gente e le classi.

L’idea di fondo, cara ancor di più al cardinale Pacelli quando verrà eletto Papa, sarà la creazione di un partito di ispirazione cattolica, così come avvenne in Germania, Francia e quindi in Italia con maggior vigore con la Democrazia Cristiana di De Gasperi dopo la seconda guerra. (Thomas, Hugs, Storia della guerra civile spagnola, pag. 34, Giulio Einaudi editore, 1964).

In Italia questa idea pacelliana ebbe successo e risultò di grande utilità popolare, poiché De Gasperi e la DC prima sconfissero il comunismo, poi trovarono un modus vivendi per conviverci riducendone il vigore rivoluzionario e procedettero alla fondazione democratica dello Stato attraverso la Costituzione, cui collaborarono tutte le forze uscite vittoriose dalla guerra contro il fascismo. De Gasperi e la DC procedettero alla Ricostruzione portando dentro quell’ambizioso progetto sia il PCI che il PSI, Togliatti e Nenni che avevano operato in Spagna: il primo quale inviato di Stalin, il secondo nelle Brigate Internazionali.

Allora la Chiesa di Rieti era impegnata a soccorrere i poveri, gli sbandati, i reduci. La partecipazione popolare a tale azione di solidarietà e di fratellanza realizzatasi sotto la guida del vescovo e dei parroci fu grande ed univoca. Per la fermezza con la quale mosignor Migliorini contrastò il nazifascismo e per i tanti che salvò e per come contrastò il comunismo, avrebbe meritato una medaglia al valore civile.

Non ci pensò nessuno. E potrebbe ancora accadere.

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