75 anni fa veniva pubblicato “Il Piccolo Principe”

«Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi».  Da questo popolare passo si ricava il fascino universale di un volume considerato tra i più celebri del XX secolo, “Il Piccolo Principe” pubblicato il 6 aprile 1943, 75 anni esatti fa.

L’autore Antoine de Saint-Exupéry, originario di Lione, era cresciuto in una famiglia di nobili origini, dove fin da bambino respirò l’arte grazie alla madre pittrice, con lo scoppio della Prima guerra mondiale dovette allontanarsi perché presa dal lavoro di infermiera, e successivamente colpiti dalla morte prematura del fratello.

Arruolatosi nell’aviazione francese, scoprì la passione per la prosa proprio solcando i cieli di mezza Europa e trovando nella moglie Consuelo la musa ispiratrice, a ciò si univa una sensibilità malinconica. Un minuscolo ragazzo, dai capelli color oro e vestito come un principe, giunto dall’asteroide B612, dove vive da solo e in compagnia di una rosa vanitosa, di cui si prende cura.

Nel suo peregrinare per lo spazio in cerca di nuovi amici, racconta a uno stupito interlocutore tutte le sue avventure con curiosi personaggi, conosciuti nei diversi pianeti che ha visitato: dal vecchio Re solitario che si crede onnipotente, all’uomo d’affari che conta le stelle illudendosi che esse gli appartengano. Scritto a Long Island (USA) e illustrato direttamente dall’autore, il libro venne pubblicato il 6 aprile del 1943, in una prima versione inglese curata dall’editore Reynold & Hitchcock; dalla seconda in francese venne ricavata la traduzione italiana edita da Bompiani.

La prima edizione venne dedicata a Léon Werth, ebreo francese, al quale de Saint-Exupéry era legato da profonda amicizia. Nemmeno il tempo di godersi le fortune della sua creatura, che l’anno seguente si ritrovò abbattuto da un caccia tedesco e di lui si perse ogni traccia. Soltanto nel 2004, dopo il ritrovamento dei resti dell’aereo si chiarirono le circostanze della morte.

Nel frattempo, Il Piccolo Principe spopolò di generazione in generazione, affermandosi ora come racconto per ragazzi, ora come poesia dell’infanzia per gli adulti. È il libro più tradotto della storia, oltre 253 lingue del mondo hanno dato vita a pianeti strampalati, ad elefanti dentro boa, a rose protette da campane di vetro.

Ora anche nella trasposizione in dialetto reatino, grazie al lavoro e alla passione del giovane autore Stefano Mariantoni, il quale ha dato vita a “Lu principe piccirìllu”, edito da Funambolo Edizioni, con la prefazione di Luigi Ricci. E così, il piccolo principe si ritrova d’improvviso a parlare il linguaggio dei nostri nonni, il linguaggio delle radici e delle origini, alla riscoperta di quel suono, di quell’armonia lessicale che oggi sentiamo sempre più distante, ancora schiavi della logica secondo la quale dialetto è sinonimo di bassezza, inferiorità.

Venduto in oltre 140 milioni di copie, negli anni “Il Piccolo Principe” ha ispirato fumetti, cartoni animati e opere teatrali.

Resta attualmente uno dei libri più venduti, con una media di circa 1-2 milioni di copie all’anno soltanto in Italia. Il segreto del successo è spiegato negli appunti dell’autore: «non ho mai detto agli adulti che non appartenevo al loro ambiente e ho nascosto che avevo sempre cinque o sei anni in fondo al cuore».

Da questo spirito “infantile” nasce la capacità del testo di penetrare nell’intimo del lettore di ogni età e di ogni tempo.

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