Don Felice Battistini: «lavorare per la comunità, anche quando è piccola»

«La gente non c’è più, e i motivi sono tanti». È realista, ma non rassegnato, don Felice Battistini, parroco di Capradosso e Petrella Salto. Ma non si scoraggia e continua a portare avanti l’impegno pastorale: «si cerca di fare il catechismo dei bambini, anche se le famiglie rispondono poco. Il catechismo per la cresima a Petrella è stato accorpato con la parrocchia di Borgo San Pietro, ma poi i ragazzi non vengono comunque a messa».

«La gente non c’è più, e i motivi sono tanti». È realista, ma non rassegnato, don Felice Battistini, parroco di Capradosso e Petrella Salto.

Nato a Marcetelli nel 1954, conserva accanto alla fede un amore sincero per il suo Cicolano: un’area della diocesi in sofferenza a causa di un lento, ma inesorabile, spopolamento. Un problema complesso che si intreccia alle altre questioni aperte del nostro tempo: «Le persone anziane muoiono e non c’è ricambio», dice, spiegando non senza ironia di non poter neppure fare un bilancio tra battesimi e funerali perché i secondi sono altrettanto rari dei primi: «svuotati i paesi, anche i morti scarseggiano!».

Ma don Felice non si scoraggia e continua a portare avanti l’impegno pastorale: «si cerca di fare il catechismo dei bambini, anche se le famiglie rispondono poco. Il catechismo per la cresima a Petrella è stato accorpato con la parrocchia di Borgo San Pietro, ma poi i ragazzi non vengono comunque a messa».

Nulla di inedito: «da tanti preti senti che vivono la stessa situazione», ma dove la popolazione è minimale il problema morde maggiormente. «Sembra che il valore del cammino cristiano non faccia più parte dell’orizzonte, sia fuori dal tempo, non interessi le persone».

Un distacco che finisce con incidere sulla vita concreta della parrocchia.

«Sabato, alla messa prefestiva che ho celebrato a Petrella ha partecipato una persona. A Capradosso non la dico perché non c’è più gente. Chi prima frequentava la chiesa ora si gode l’eterno riposo».

Proviamo a fare due conti e il sacerdote arriva a contare trenta o quaranta parrocchiani “veri”. E su tutti loro incide il fattore tempo. È troppo poco quello disponibile per realizzare iniziative in grado di rilanciare in modo organico l’attività sul territorio.

A tenere sono soprattutto i momenti più forti, il Venerdì Santo o la celebrazione al santuario di Santa Maria Apparì. Eppure, in mezzo a tante difficoltà, la parrocchia resta un punto fermo. Perché di fronte alla generale trascuratezza alla quale sembra condannato il territorio, il parroco resta al suo posto, pungola e organizza, a dispetto di amministrazioni deboli, condizioni sfavorevoli, mancanza di programmazione.

«Bisogna essere presenti nelle situazioni delle comunità», sottolinea don Felice, che se il caso lo richiede mette volentieri a disposizione le strutture della parrocchia, oltre a insistere in un’opera caparbia di conservazione e valorizzazione.

«Se nella chiesa parrocchiale di Petrella ho creato il museo, l’ho fatto per il bene della comunità. In passato ho avuto un po’ di aiuto da parte della Comunità Montana, che mi ha permesso di costruire le teche, di riportare “a casa” la Pietà ed esporla dietro a un vetro blindato. E anche di guardare con attenzione alla vicenda di Beatrice Cenci».

Lo scopo è quello di superare l’isolamento: «non siamo in una terra completamente abbandonata, ma i paesi sono distanti uno dall’altro, con i vari problemi che ne derivano».

A dare speranza c’è l’altro “lavoro” di don Felice, quello di insegnante: «a scuola i giovani si dimostrano interessati, si danno da fare, cercano di conoscere bene la fede. Partecipano alle lezioni al 95%. So che molti si lasciano coinvolgere e iniziano a frequentare le rispettive parrocchie».

Come a dire che anche se tutto sembra remare contro, il bisogno di Dio è diffuso più di quanto sembri: basta aiutarlo a trovare una strada.

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